Diavolo di un Keynes

John Maynard Keynes

Quando i grandi vengono dimenticati, la mediocrità domina sulle cose del mondo” (Anonimo dal Web)

E’ appena uscita in libreria, la Biografia su Keynes dal titolo ” Diavolo di un Keynes” di Alain Minc – UTET Editore – euro 24 – pag.243.

Il libro lo devo ancora leggere, ma essendo una Biografia non credo che la recensiro sul sito, salvo spunti nuovi e degni di nota. Ma la cosa, mi da l’oppotunità di fare un post semplice su una delle più geniali menti del secolo scorso. Come tutti i grandi keynes (dopo la sua morte) è stato usato, travisato e gettato via ad uso e consumo dei potenti di turno.

OGGI UNA RILETTURA DEL GRANDE LORD INGLESE, LIBERA DA GIUDIZI DI VALORE IDEOLOGICO, NON PUO’ CHE AIUTARE ORA COME ALL’ORA, AD USCIRE DALLE SECCHE DELLA MEDIOCRITA’ ECONOMICA E POLITICA CHE STA ATTRAVERSANDO QUESTO INIZIO DI SECOLO.

John Maynard Keynes, primo Barone Keynes di Tilton (Cambridge, 5 giugno 1883 – Tilton, 21 aprile 1946), è stato un economista britannico, da molti considerato il più grande economista del XX secolo.

Viene ricordato soprattutto per aver sostenuto la necessità dell’intervento pubblico nell’economia con misure di politica monetaria, qualora una insufficiente domanda aggregata non riesca a garantire la piena occupazione.

Le sue idee sono state sviluppate e formalizzate nel dopoguerra dagli economisti keynesiani (della scuola keynesiana). È inoltre considerato il padre della moderna macroeconomia.

Keynes e Marx

Controverso e particolare è stato il rapporto tra Keynes e Marx. Keynes giudicò sempre Marx e la sua dottrina in modo molto critico. Ne La fine del laissez-faire (1926), nel criticare il liberismo economico, Keynes osserva incidentalmente:

“Ma i principi del laissez-faire hanno avuto altri alleati oltre i manuali di economia. Va riconosciuto che tali principi hanno potuto far breccia nelle menti dei filosofi e delle masse anche grazie alla qualità scadente delle correnti alternative – da un lato il protezionismo, dall’altro il socialismo di Marx. Queste dottrine risultano in fin dei conti caratterizzate, non solo e non tanto dal fatto di contraddire la presunzione generale in favore del laissez-faire, quanto dalla loro semplice debolezza logica. Sono entrambe esempio di un pensiero povero, e dell’incapacità di analizzare un processo portandolo alle sue logiche conseguenze.[…] Il socialismo marxista deve sempre rimanere un mistero per gli storici del pensiero; come una dottrina così illogica e vuota possa aver esercitato un’influenza così potente e durevole sulle menti degli uomini e, attraverso questi, sugli eventi della storia.” (Keynes, 1926)

Del disprezzo nutrito da Keynes nei confronti della dottrina marxista vi è traccia anche nella sua corrispondenza. Così, come recentemente notato dalla Marcuzzo (2005), in una lettera inviata a Sraffa, che gli aveva consigliato la lettura del Capitale, Keynes scrive:

“Ho provato sinceramente a leggere i volumi di Marx, ma ti giuro che non sono proprio riuscito a capire cosa tu ci abbia trovato e cosa ti aspetti che ci trovi io! Non ho trovato neanche una sola frase che abbia un qualche interesse per un essere umano dotato di ragione. Per le prossime vacanze dovresti prestarmi una copia del libro sottolineata.” (John Maynard Keynes a Piero Sraffa, 5 Aprile 1932)

Nonostante il palese disprezzo di Keynes, molti autori rintracciano in Marx alcune anticipazioni del pensiero keynesiano. Così, ad esempio, la possibilità di crisi da sottoconsumo e la critica radicale della legge di Say (1).

LA TEORIA DI KEYNES SULLA DOMANDA AGGREGATA

“Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi.” (John Maynard Keynes).

Breve Introduzione Storica:

Per comprendere la teoria economica di Keynes, che è stata per molti anni l’unica verità in campo economico, dobbiamo riferirla al momento storico (gli anni ’30) in cui è nata. Prima di allora la visione economia dominante era quella classica.

Essa era imperniata su questi punti fondamentali:

• Il mercato lasciato a se stesso raggiunge da solo l’equilibrio, grazie all’operare delle forze economiche della domanda e offerta, e quest’equilibrio è sempre di pieno impiego (si parlava addirittura, come diceva Adam Smith, di una “mano invisibile” che indirizza il mercato verso la piena occupazione).

• Le forze di mercato, libere di agire senza ostacoli, realizzano sempre l’efficiente allocazione delle risorse.

• Lo Stato non deve mai intervenire nel mercato con manovre di politica economica (PE), perché queste costituiscono un ostacolo alla libertà d’azione delle forze di mercato e, quindi, non permettono il raggiungimento della piena occupazione e dell’efficienza produttiva.

Questa visione (direi quasi “filosofia”) dell’economia fu messa fortemente in discussione in seguito alla grave crisi del ’29. In quei terribili anni gli economisti si resero conto dell’impossibilità da parte del mercato di raggiungere da solo il pieno impiego. Infatti, la profonda crisi nei consumi, che caratterizzò quel periodo, portò alla fame una gran parte della popolazione e questo succedeva perché la produzione era ben lontana dal pieno impiego.

E’ in questa situazione economica che nasce (nel 1936) la teoria economica di J.M. Keynes, destinata a durare (sia pur con varie rielaborazioni, da parte dei cosiddetti post-keynesiani) fino agli anni ’70.

I punti nevralgici delle osservazioni di Keynes erano i seguenti:

• La profonda crisi economica del ’29 era dovuta ad un’insufficienza di domanda, da parte dei consumatori, per i beni di consumo, e da parte delle imprese, per i beni di investimento. Era, secondo Keynes, il basso livello della spesa per i consumi e per gli investimenti (da parte delle imprese) ad aver causato la crisi e l’allontanamento del sistema dalla piena occupazione.

• Era evidente la necessità di un intervento statale per uscire dalla crisi e per evitarla in futuro. Una manovra pubblica di PE che rialimentasse la domanda di consumo, sia quella dei consumatori, sia quella delle imprese (per i beni d’investimento).

• Questa PE poteva realizzarsi sia in termini di PM (pol. Monetaria), che in termini di PF (pol. Fiscale). Secondo Keynes la manovra migliore è quella di PF e in particolare la sua attenzione si concentrava sulla politica di spesa pubblica (cioè l’aumento delle spese dello Stato nel sistema economico, per la costruzione di opere pubbliche, per offrire ai cittadini maggiori servizi d’istruzione, di difesa, di assistenza sanitaria, ecc.).

• L’aumento della spesa pubblica in economia era per Keynes la manovra di PE più efficiente, per il ritorno alla piena occupazione, perché la spesa pubblica costituisce essa stessa una domanda di consumo (proveniente dall’apparato pubblico, e non dai cittadini o dalle imprese).

• Attraverso la spesa pubblica in economia, lo Stato può aumentare la domanda (aggregata) di beni e la conseguente ripresa dei consumi porta il sistema verso il pieno impiego e lontano dalla crisi da insufficienza di domanda.

Politiche economiche keynesiane. In che senso?

“Come la maggior parte degli inglesi, io sono stato allevato al rispetto della libertà di commercio, non solo come una dottrina economica che non può essere messa in dubbio da una persona ragionevole e istruita, ma quasi come un capitolo della legge morale. Ne consideravo le violazioni come imbecillità e al tempo stesso come fatti perversi. Ero persuaso che le incrollabili convinzioni liberiste, a cui l’Inghilterra teneva fede da quasi un secolo, fossero insieme la spiegazione di fronte agli uomini e la giustificazione di fronte a Dio della sua supremazia economica. Ancora nel 1923 scrivevo che il libero scambio era basato su verità fondamentali «le quali, debitamente formulate e precisate, non sono contestabili da nessuno che capisca il significato delle parole»” (John Maynard Keynes)

E’ comune l’idea, che Keynes esprima un giudizio negativo sulla attività di investimenti da parte degli imprenditori privati, così come sembra ritenere inefficaci politiche economiche di espansione monetaria o di riduzione salariali al fine di aumentare reddito e occupazione.

Ne deriverebbe che, poichè egli promuove un intervento della autorità pubblica, la ricetta consista nell’aumento della spesa pubblica.

Questa sintesi contiene qualche elemento di verità ma anche, e soprattutto, delle cattive interpretazioni del pensiero di Keynes “che sapeva ben distinguere, fra opere pubbliche necessarie e la truffa”.

Per quanto riguarda l’attività imprenditoriale privata, Keynes molto chiaramente non rivolge nessuna accusa all’investitore privato in quanto soggetto dotato di intraprendenza, ma sostiene piuttosto che nella condizione in cui egli esplica la sua attività, risulta che egli investe in modo tale da non garantire la piena occupazione.

Il primo compito dell’autorità pubblica, dunque, sta non tanto nel sostituirsi al privato, la mia teoria, afferma Keynes, “è piuttosto conservativa nelle conseguenze che implica”, ma nel modificare l’opinione comune circa gli scopi da raggiungere e le possibilità di raggiungerti.

Secondo Keynes il movente del guadagno non può affatto essere eliminato: egli pretende che non si sacrifichi la volontà di gioco, ma che si abituino i giocatori a poste meno elevate.

Occorre consentire che la partita si giochi, ma controllandone le poste e consentendo ad ogni individuo una conoscenza della situazione generale e delle possibilità al suo interno meno limitate di quanto non sia normalmente. Keynes ritiene impossibile fornire indicazioni di politica più precise e valide per qualsiasi evenienza. Ciò che conta è fissare gli scopi e promuovere idee per convincere sulla opportunità del loro perseguimento.

Ciò serve non a correggere provvisoriamente ma a modificare strutturalmente un sistema che, lasciato a se stesso, ristagna nella situazione né disperata né soddisfacente di una povertà in mezzo all’abbondanza.

Un’altra idea importante discussa da Keynes nel Trattato sulle Probabilità è che: le relazioni tra probabilità formano solo una posizione parzialmente ordinata nel senso che due probabilità non possono essere sempre necessariamente comparabili.

Perchè il periodo più importante per lo sviluppo delle teorie di Keynes è rappresentato dagli anni 30?

Questo fu un periodo di depressione e disoccupazione (a causa della grande crisi del 1929).

Gli economisti dell’epoca, ricorrevano al pensiero economico tradizionale e, non riuscivano a fare fronte agli eventi eccezionali che accadevano, l’economia tradizionale non era in grado di dare risposte adeguate.

L’opera con cui Keynes si allontana dalle idee  tradizionali, è il Trattato sui Soldi pubblicato nel 1930.

Ma come ricordato spora, il più importante lavoro che fornì il culmine delle sue idee fu La Teoria Generale sul Lavoro, sull’Interesse e sui Soldi pubblicato nel 1935-1936.

Due importanti messaggi di questo lavoro sono:

… la teoria esistente dell’assurdità della disoccupazione. In una depressione … non ci fu paga così bassa che non potè eliminare la disoccupazione. Perciò fu ingiusto rimproverare i disoccupati per la loro condizione. La seconda proposizione propose una spiegazione alternativa sulle origini della disoccupazione e della depressione. Questa fu centrata sulle domande aggregate – per esempio la spesa totale dei consumatori, gli investitori, le agenzie pubbliche. Quando la domanda fu bassa, i salari e il lavoro cominciarono a soffrirne. Quando fu alta, tutto andò bene” .

Infine, è bene sottolineare:

“che i principi keynesiani fondamentali hanno guidato di fatto la politica interna americana, senza soluzioni di continuità. La loro influenza si esercita su tre piani: l’atteggiamento pragmatico dei governo e del Congresso nei periodi di rallentamento (riduzione delle imposte); quello non meno pragmatico della Federal Reserve nello stesso contesto (ridurre i tassi d’interesse senza preoccuparsi più di tanto degli eventuali effetti sui prezzi); e un importante sistema di aiuti pubblici, che assumono sostanzialmente la forma,
abbastanza efficace, di garanzie di prestito e di crediti d’imposta destinati a incoraggiare il consumo delle famiglie (in particolare per quanto riguarda l’edilizia, le cure mediche, la scuola e le pensioni). la versione Usa dei «vincoli meno rigidi di bilancio» ben noti agli studiosi dei socialismo nell’Europa dell’Est di vent’anni fa. Tutti questi punti di forza rischiano peraltro di essere rimessi in discussione. Certo, è poco
probabile che il dollaro perda da un giorno all’altro il suo ruolo privilegiato, ma potrà risentire della crescita dell’euro, dell’aggravarsi della crisi in Giappone e del discredito di cui ormai soffre la politica estera americana.” (2)

Quale lezione possiamo trarre per affrontare il presente?

Note:

1) La legge di Say, detta anche legge degli sbocchi, fu enunciata dall’economista francese Jean-Baptiste Say e riguarda il fenomeno della crisi economica.

Egli sosteneva in tale legge che in regime di libero scambio non sono possibili le crisi prolungate, poiché i prodotti si pagano con i prodotti e non con il denaro, che è solamente merce rappresentativa. L’offerta è sempre in grado di creare la propria domanda: ogni venditore è anche compratore. Il rimedio delle crisi non doveva perciò, secondo Say, ricercarsi tanto in misure restrittive dell’importazione, quanto nell’incremento di quelle produzioni che servissero all’esportazione.

In ogni caso, poi, il libero scambio fungerebbe di per sé da rimedio, portando di necessità alla formazione di un nuovo equilibrio economico. Questa legge è detta pure legge degli sbocchi, poiché ogni produzione troverebbe sempre un naturale sbocco sul mercato. Say quindi era convinto che il mercato lasciato a se stesso tende a raggiungere l’equilibrio di piena occupazione. ci sono 2 corollari della legge: -ogni produzione genera un reddito di importo equivalente -tutto il reddito viene sempre interamente speso (direttamente o indirettamente)

2) L’Ordine Mondiale secondo John Maynard Keynes tratto da «Le Monde Diplomatique» nr.5, maggio 2003. (JAMES K. GALBRAITH)

Approfondimenti:

Wikipedia: Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta.

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