DRAGHI: I SALARI PERDONO POTERE D’ACQUISTO MA Il PROTEZIONISMO NON E’ LA SOLUZIONE

Nuovo allarme di Mario Draghi sui salari che «perdono potere d’acquisto».

Il Governatore di Bankitalia sceglie la platea dell’Aspen per lanciare un nuovo richiamo alla sostenibilità del costo della vita.

“I prezzi crescono, stipendi e salari perdono potere d’acquisto, risparmi minacciati”

Non solo, ma è anche «minacciata la tranquillità» dei risparmi. Ma è l’intero sistema economico italiano ad essere sotto esame:

Draghi, il numero uno di via Nazionale ha avvertito inoltre che davanti agli squilibri della globalizzazione, la risposta non va comunque cercata in «formule protezionistiche» nel commercio internazionale.

A suo giudizio, «la libertà di commercio internazionale è oggi messa in discussione come mai dagli anni ’80.

Il numero uno di Palazzo Koch ha ricordato che «i negoziati per una ulteriore liberalizzazione lanciati a Doha nel 2001 sono in stallo.

Sia nei Paesi avanzati, sia in quelli emergenti – ha proseguito – le opinioni pubbliche sono disilluse e allarmate dalla globalizzazione. “Il compito dei governi non è facile”.

Draghi ha evidenziato che “i frutti dell’economia mondializzata si sono distribuiti in modo diseguale tra i diversi gruppi sociali”.

Le opinioni pubbliche sono frastornate da un mondo confuso. Nella crisi, cercano rassicurazione.

Il governatore ha quindi messo in guardia contro i pericoli della limitazione degli scambi commerciali.

«Capisco – ha affermato – che i governi riscoprano il valore di formule protezionistiche. La libertà dei commerci può sembrare un rischio; il protezionismo, un ristoro. Ma un problema di distribuzione del reddito – ha ammonito – non si risolve inaridendo una delle fonti più importanti del reddito stesso. È interesse comune sulle due sponde dell’Atlantico adoperarsi per mantenere un clima propizio allo sviluppo ordinato del commercio e degli investimenti internazionali, fondato su un insieme di regole che siano soprattutto eque».

Ottimista la posizione di Henry Kissinger, segretario di Stato Usa con la presidenza Nixon, secondo cui l’Italia «ce la farà».

Una convinzione, quella di Kissinger, condivisa dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano che ha aggiunto: «A condizione che accetti i sacrifici, che abbia fede per affrontare i dsacrifici necessari per costruire il futuro».

Esorta invece a combattere il rischio stagflazione, Emma Marcegaglia.

A giudizio del leader degli industriali, occorre infatti «che ci sia da parte del Governo una politica attenta a far ripartire la crescita con interventi forti nelle infrastrutture».

E, in un’intervista all’Agi, il premio nobel per l’Economia Edmund S. Phelps ha osservato:

«È parecchio tempo che non ho più focalizzato sull’economia italiana, ma sono d’accordo con l’opinione di molti economisti che è vitale ritornare ad una crescita economica e necessario introdurre una serie di riforme che favoriscano una maggiore crescita».

Conclusione:

Critica della politica e dei partiti, come fonte di pericolosi contrasti ideologici, ed elogio della globalizzazione e delle “liberalizzazioni”, come veicoli di progresso.

Di qui la necessità di rilanciare l’esistenza di un blocco di potere trasversale, che va oltre la destra tecnocratica .

Nulla di nuovo si dirà.

Ma fino a un certo punto.

Perché sono in troppi a parlare di superare pericolose divisione partitiche, in vista dei sacrifici annunciati da Draghi.

Da questo scenario sembra emergere un’alleanza che guarda a una sorta di super-partito dei buoni affari.

Che cosa si rischia?

Che il “residuo” di potere politico che c’è in Italia, finisca nelle mani di uomini legati al super-partito degli affari di cui sopra, difeso a oltranza da Draghi e altri.

Il che potrebbe significare alcune cose: più flessibilità, più liberalizzazioni, più immigrazione selvaggia volta ad abbassare ulteriormente il costo del lavoro (dispiace dirlo, ma sarebbe così), più spazio di manovra per quella criminalità che fa buoni affari con il mondo finanziario.

Insomma più sacrifici, ma solo per chi non conta niente. Tradotto: la maggioranza degli italiani.

Il PD con chi sta?

Le correnti e fondazioni che spuntano come funghi nel PD con chi stanno?

Approfondimenti:

Bibliografia:

Luciano Gallino:

Il lavoro non è una merce – Anno 2008

Circa 8 milioni: sono gli italiani che hanno un lavoro instabile. Tra 5 e 6 milioni sono precari per legge, ossia lavorano con uno dei tanti contratti atipici che l’immaginazione del legislatore ha concepito negli ultimi quindici anni. Gli altri sono i precari al di fuori della legge, i lavoratori del sommerso. Come si è arrivati a queste cifre, perché le imprese chiedono la flessibilità del lavoro in misura sempre crescente, quali sono i costi umani che stiamo pagando e quali sarebbero i costi economici che il paese dovrebbe affrontare se si volesse davvero coniugare l’instabilità dell’occupazione con la sicurezza del reddito, cosa ha a che fare tutto questo con la globalizzazione, quali caratteristiche dovrebbe avere una politica del lavoro globale per essere davvero all’altezza delle reali dimensioni del problema. In queste pagine, l’accusa di Gallino: non solo non è giusto che il precariato sia merce di scambio dell’economia globalizzata, ma nemmeno intelligente per una società che voglia congiungere allo sviluppo economico lo sviluppo umano.

L’impresa Irresponsabile – Anno 2005

“L’impresa irresponsabile” non è un titolo metaforico. Se l’intervista a Gallino che aveva per tema la concezione dell’impresa di Adriano Olivetti si intitolava “L’impresa responsabile”, questo graffiante libro sul capitalismo deregolato dei nostri anni non poteva che ribaltare il precedente titolo. Perché per l’autore un’azienda diventa irresponsabile quando non risponde ad alcuna autorità pubblica o privata e soprattutto quando si afferma una concezione dell’impresa fondata sulla massimizzazione del suo valore in borsa, a qualunque costo e a breve termine. Dietro i principali scandali finanziari del nuovo secolo, non c’è infatti tanto la disonestà del singolo, quanto l’esito di un governo d’impresa che ha preso sempre più piede”.

Quindi si definisce irresponsabile un’impresa che al di là degli elementari obblighi di legge suppone di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica e privata, né all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività.

Condizioni di lavoro, prezzi, trasporti e media, ambiente, tempo libero, alimentazione, forme di risparmio e rischi connessi, organizzazione della famiglia, la possibilità stessa di progettarsi un’esistenza. Piaccia o no dipendono tutte da decisioni che provengono, più che dal governo della nazione, dal governo delle imprese. Tuttavia queste ultime non paiono tener sempre conto delle conseguenze sulle nostre vite delle loro attività.

Da tempo si insiste, su scala internazionale, affinchè le imprese agiscano in modo socialmente più responsabile su base volontaria.

Ma teoria e pratica della «responsabilità sociale dell’impresa» diverranno comuni soltanto quando un’apposita riforma del governo dell’impresa le inserirà tra i suoi principi costitutivi, ma per afre questo occorre una politica forte che dia il buon esempio.

Rassegna Stampa:

Tremonti: non c’è alcun tesoretto

Napolitano: “L’Italia ce la può fare ma servono concordia e sacrifici”

Bce: sul tavolo il rialzo dei tassi. Attesa per l’intervento di Trichet

BANCHE: GERONZI, SIAMO STATI DISTRATTI SUL RAPPORTO CON IL CLIENTE

Tabella Il costo del denaro nel mondo

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