Il Pd al tempo dei barbari

Alfredo Reichlin

Non mi scandalizzano le correnti. Il dibattito e anche lo scontro sulle scelte politiche in una fase di grandi novità come questa è in una certa misura necessario. Ciò che non è chiaro è come questa discussione viene finalizzata alla elaborazione, (questa sì, assolutamente necessaria) di una cultura politica comune capace di tenere insieme forze diverse. Un cemento. Non una nuova chiacchiera in politichese (tutti che fanno la loro Fondazione) ma un progetto anche morale, oltre che politico, il quale parli all’Italia. Allora tutti capiscono che l’opposizione la facciamo noi e non solo Di Pietro. E la facciamo sia quando dialoghiamo, sia quando ci scontriamo duramente. Parlo, insomma di qualcosa che non può ridursi alla difesa delle vecchie identità di ieri ma riguarda il chi sono gli italiani di oggi. Si tratta di un travaglio molto serio, perfino drammatico.

Un travaglio che non riguarda solo la nostra vicenda interna se abbiamo il senso dei pericoli che corre la democrazia italiana e la impossibilità di dare ad essa uno sbocco positivo, nel caso in cui il Pd si disgregasse. Io non sono così pessimista. Negli incontri a cui partecipo ho cominciato a sentire questo assillo e ho notato lo sforzo di far emergere una visione nuova delle cose, delle nuove sfide e dei processi in cui siamo immersi. Perciò non serve una conta affrettata soprattutto se ci andassimo con una caricatura delle posizioni in campo. Il compito di chi guida è capire la parte di verità che c’è nelle varie posizioni. Ma aggiungo che le correnti non servono a nulla se non è chiaro di che cosa esse sono correati. Mi è molto piaciuto un articolo di Umberto Ranieri il quale ricorda Scoppola il quale ci incitava «a spostare in profondità il processo di integrazione delle culture promotrici del Pd». Aggiungerei spostare in profondità per ritrovare la Terra: Anteo, il gigante mitologico che solo toccando la terra ritrovava le forze.

C’è una nuova Terra su cui stiamo camminando. Domandiamoci cosa è successo di non contingente nel mondo che sta fuori dai nostri confini ma che sempre più sta rimodellando la società italiana: i nuovi ricchi e i nuovi poveri, le nuove paure e i nuovi bisogni. Se parto da qui mi appare evidente una sorta di “spiazzamento” rispetto ai processi che da anni stanno gonfiando le vele della destra e che hanno messo in crisi la sinistra in tutta Europa. Non parlo della vecchia, stranota mutazione consistente nella fine (da 30 anni) del cosidetto compromesso keinesiano o socialdemocratico. Lo spiazzamento di cui io parlo riguarda i problemi del tutto nuovi che hanno investito l’insieme della società europea in conseguenza della svolta che ha subito il concreto processo di mondializzazione. A me sembra questa la novità che condiziona tutta la vita politica. Per dirla nel modo più approssimativo è il fatto che il controllo della mondializzazione non è più soltanto nelle mani dell’Occidente. Un evento secolare. È questo che sta cambiando. Sono arrivati i “barbari”. Del resto non è per caso che la crisi dell’egemonia americana, resa evidente dalla catastrofe dell’Iraq e del disegno imperiale sotteso a quella aggressione, è il tema dominante del dibattito elettorale americano. E non è una piccola cosa che il dollaro (qualcosa di più che una moneta) non riesce più a essere il regolatore di ultima istanza del dove vanno i capitali e quindi di come si redistribuisce la ricchezza del mondo.

Questo è cambiato. Un grandissimo fatto politico, estremamente concreto. È venuta in discussione la vecchia distribuzione dei poteri, delle risorse, delle materie prime. E quindi, di conseguenza, ovviamente, sono venuti in discussione i modi di vivere, i modelli di consumo, le idee di sé delle masse europee, comprese le conquiste sociali (diritti e salari) delle masse lavoratrici europee che furono uniche al mondo. Sono anche queste che subiscono le conseguenze di un mercato del lavoro mondiale sempre più affollato dai nuovi operai sottopagati delle officine dell’Asia. È futile che ce la pigliamo solo con i sindacati.

Noi come viviamo questo grande cambiamento? Pensiamo che i problemi del Pd sono altri? Certo, sono anche altri, ma qui non stiamo parlando di massimi sistemi ma della vita quotidiana della gente: i prezzi, i servizi collettivi, la spesa delle nostre donne nei mercati. Ma, parliamo, al tempo stesso, della necessità di misurarsi con la sostanza della vicenda politica: il perché la destra vince e la sinistra perde, e perché questo avviene in quasi tutta l’Europa. E aggiungerei: perché non perde solo voti. Il partito democratico, dopotutto, non ne ha persi. Ma tanto più allora dobbiamo chiederci perché il Pd con quel risultato importante ottenuto al suo primo debutto (un terzo dei voti) perde coscienza di sé, sfiducia nella sua missione e nel futuro. Perché appare perfino smarrito. Solo per colpa dei capicorrente? oppure perché la nostra gente non vede più bene su che terreno teniamo i piedi?

Personalmente io non ho mai creduto alle “terze vie” alla Tony Blair. Ma mi sembra ormai chiaro perchè tutto l’impianto del riformismo di questi anni ha perso quel “realismo” e quella ragion d’essere che derivava dal porsi come redistribuzione del reddito e correzione della sola “forma” concepibile dello sviluppo. Si sono aperti nuovi scenari e salvo che non intervengano catastrofi questa sarà anche una tappa del cammino del progresso. Ma in questo nuovo scenario dove si collocano le forze di quel mondo che viene dalle varie sinistre? Che cos’è un campo riformista se il Pd cessa di avere un orizzonte mondiale? Stiamo attenti. Il Pd non può non essere parte di un campo più largo di forze progressiste, europee e anche non europee, se vogliamo che l’Europa non si trasformi in una sorta di fortezza bianca assediata dai barbari. In questo caso la sinistra non avrebbe futuro e sopratutto in Italia una deriva presidenzialista di tipo populistico e salazariano diventa fortissima.

C’è chi, come Michele Salvati, vive evidentemente in un mondo diverso, sostanzialmente pacifico e normale. A me sembra invece evidente che per rilanciare il Pd occorre prendere le misure di quel che dà forza a questa nuova destra e ne fonda le ragioni agli occhi di tanti europei. Non bastano le analisi sociologiche sul Nord e sul Mezzogiorno. La destra sta occupando un nuovo spazio politico. Fa leva sulla paura e sulle “piccole patrie”, ma ha anche qualche idea di ciò che accade nel mondo che è meno anacronistica di certi nostri “liberal” nobilmente invecchiati nel culto di un mercato come ideologia. In più la destra si fa forte del bisogno sempre più assillante di valori e di significati e su questa base cerca di costruire un rapporto forte, di reciproca convenienza, con il disegno di certi cardinali, che è quello di imporre all’Italia una specie di neo-guelfismo, cioè la egemonia della Chiesa come religione. Perché non diciamo nulla su questo?

Sta qui il banco di prova del Partito democratico. Esso fu concepito non solo come continuazione dell’Ulivo ma come forza nuova capace di dare risposta all’intreccio micidiale tra crisi della democrazia dei partiti e continuo indebolimento dell’unità nazionale. Si è creata così una situazione per cui o noi indichiamo una “grande riforma” oppure i vecchi assetti politici democratici (compreso il Parlamento) diventano sempre meno credibili come strumenti per il governo ma anche per l’opposizione. Quanto regge la democrazia italiana se continua questa deriva tra sfilacciamento del tessuto sociale, crisi della legalità, scontro tra i grandi poteri, divisioni territoriali, indebolimento delle istituzioni capaci di garantire diritti e doveri? Valuterei meglio le ragioni che stanno dietro le varie ipotesi di riforme elettorali. Ma tra queste ragioni non dimenticherei la necessità di favorire la nascita di partiti veri, cioè di strumenti della partecipazione e politicizzazione delle masse e non della loro degenerazioni in partiti finti, “personali” del leader (tutte cose verso le quali non siamo innocenti).

Le responsabilità che pesano oggi sulle spalle dei dirigenti del Partito democratico sono davvero grandi.

Fonte L’Unità.it – 02 Luglio 2008

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