La politica economica italiana dal 1968 al 2007

Laterza, 2007, pp. 204. €.9.00.

Salvatore Rossi, direttore Centrale dell’area ricerca Banca d’Italia.

La politica economica è la disciplina che studia gli effetti dell’intervento dei poteri pubblici (Stato, banca centrale, autorità varie) e dei soggetti privati (imprese, famiglie) sull’economia allo scopo di elaborare interventi destinati a modificare l’andamento del sistema economico per condurlo verso obiettivi prestabiliti.

Nell’ambito della scienza economica si suole distinguere tra l’economia politica, che studia l’esistente, ciò che è, e la politica economica, che studia ciò che deve o ciò che si desidererebbe fosse. Pertanto lo studio della politica economica presuppone, anche didatticamente, l’analisi dell’esistente, vale a dire lo studio dell’economia politica.

Poiché l’economia risulta in continuo mutamento, sotto la spinta di interessi economici e pulsioni umane, lo scopo della politica economica è di modificare l’andamento spontaneo dell’economia, dopo averlo opportunamente studiato.

Questo libro ripercorre la storia della politica economica italiana dal ’68 a oggi e ne offre una lettura critica alla luce delle vicende politiche, dell’evoluzione della società, dei mutamenti istituzionali, del fluire degli eventi economici e politici internazionali.

L’Italia è un Paese complesso e la sua politica economica lo è ancora di più.

Una forte presenza dello Stato, che le privatizzazioni hanno solo leggermente attenuato, il settore privati basato sulle piccole e piccolissime imprese.

Per decidere la politica economica può essere utile conoscerne quella storica e per questo è utile il libro di Salvatore Rossi, direttore centrale per la ricerca economica della Banca d’Italia.

Un’analisi sintetica ma che evidenzia, come le scelte dei Governi siano sempre state all’insegna dei piccoli aggiustamenti di percorso per gestire l’esistente, senza la capacità di compiere delle vere trasformazioni strutturali.

E così l’Italia si ritrova debole su molti punti:

Il divario Nord-Sud,la dimensione delle imprese, la scarsità degli investimenti in R&S, la forte presenza dello Stato o enti pubblici nell’economia e per giunta con l’aggravante che non riescono a gestire le imprese a partecipazione pubblica con la dovuta efficienza che non è solo quella del profitto ( che potrebbe essere anche messo in discussione) ma soprattutto è quella della scarsa qualità del servizio nel rapporto costi/qualità.

Tutto questo porta Salvatore Rossi ad una realistica considerazione:

l’Italia è cresciuta e continua a crescere molto meno di quanto le condizioni di fondo, in particolare il capitale umano, permetterebbero.

“Le disparate vicende dalla politica economica italiana, scrive Rossi ne mostrano la ricorrente condizione di ritardo, di affanno, di incoerenza, di inefficacia, pur con parziali segni di rinsavimento dopo il ‘92” e ancora “il tasso di inefficacia /dannosità è stato visibilmente più alto di quello rilevabile in altre democrazie a economia di mercato”.

Le ragioni stanno in una mentalità di mercato incompiuta, come dimostra la difficoltà che incontra la politica in questi giorni per decidere sul caso Alitalia ( dove non si è capaci di fare una sintesi fra, interessi contrapposti).

Questa mentalità tutta Italica di accentrazione politica, da quella statale a quella municipale, in cui si sono moltiplicate le convergenze di interessi tra la ricerca del consenso e il controllo dell’economia.

La via d’uscita, non può che essere una riforma del modo di concepire la  politica: perché il mercato ha bisogno di essere efficiente e proprio per questo regolato e garantito seriamente, al fine di dare certezza e stabilità agli investitori sopratutto stranieri che dovrebbero investire in Italia.

Chiarire i vari conflitti di interessi, fra chi gestisce, da chi fa le regole e ne controlla l’attuazione.

In conclusione dalla lettura del libro emerge il racconto di una stagione di illusioni ed errori, culminata in una crisi economica dagli esiti potenziali disastrosi, da cui ancora oggi non se ne vede una orgogliosa rinascita.

Per questo il volume di Salvatore Rossi è un’agile guida,per chi voglia orientarsi nella storia recentissima della politica e dell’economia in Italia.

Indice
Gli anni delle spinte sociali (1968-1975)
La stabilizzazione abortita (1976-1979)
La stabilizzazione incompleta (1980-1986)
Una corsa contro il tempo (1987-1992)
La crisi (1992-1995)
In Europa, nonostante tutto (1996-1999)
Declino o difficile rincorsa? (2000-2007)
La sfida delle liberalizzazioni
Politica economica e istituzioni
Teorie e modalità della politica economica

Alcuni dati riportati nelle tabelle del libro:

La n. 2 a pag. 13 “Spese primarie delle amministrazioni pubbliche”.

L’Italia passa dal 1970 al 1975 dal 31,2% del PIL al 37,0, rispetto alla Francia 37,0 e 42,6 e la Germania 37,5 e 47,2.

La n. 3 a pag. 15 “Pressione fiscale, saldi di bilancio e debito delle amministrazioni pubbliche”.

Sempre dal 1970 al 1975 l’Italia mantiene inalterata la pressione fiscale 26,8 e 26,7 ma cresce a dismisura il debito lordo 38,0 e 57,6 mentre i dati per la Francia sono 36,3 e 38,2 per la pressione fiscale e 53,2 e 41,0 per il debito e per la Germania 36,6 e 41,1 fisco e 18,4 e 25,1 debito.

A fronte dei problemi sociali, da noi si pensa di risolvere pagando, a debito, invece di decidere. In pratica si addebita al futuro l’incapacità di decidere.

La n. 5 a pag. 61 “Origine e utilizzo del risparmio”.

Dati divisi per periodi annui di non facile interpretazione. Comunque il succo mi sembra questo:

il paese risparmia sostanzialmente sempre la stessa percentuale del reddito lordo disponibile si passa dal 27  al 24,3, con una punta massima del 31,4, ma il settore pubblico distrugge, a partire dai primi anni ‘70, una buona fetta di questo risparmio con punte massime superiori al 6% nel periodo dal 1980 al 1992.

Manca però una tabella interessante; quella della crescita della percentuale del ns. debito pubblico ripetto al PIL.

Solo qualche dato nel testo, che si fa fatica a trovare.

A pag. 51 si parla di debito pubblico che “si impenna, nel periodo considerato (la primà metà degli anni ‘80) da meno del 60% del Pil alla fine del 1980 a oltre l’85% sei anni dopo“

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