«Berlusconi? Da innovatore “eversivo” a doroteo»

L’intervista A Massimo D’Alema
«Sto creando una nuova struttura legata al Pd ma aperta a tutti»
«Berlusconi? Da innovatore “eversivo” a doroteo»

Fonte: Il Corriere.it 

Sito web di Massimo D’Alema

 ROMA — Onorevole D’Alema, come giudica il discorso di Berlusconi?
«Sono sempre stato contrario alla logica di un bipolarismo rozzo e di una contrapposizione frontale, per questo non posso che apprezzare la volontà di stabilire un clima di normalità nei rapporti politici e di correttezza nei rapporti istituzionali. In particolare ho colto il riferimento al presidente della Repubblica e al suo ruolo istituzionale. Berlusconi ha fatto un discorso indubbiamente abile… quasi doroteo. Con una sorprendente rivalutazione, nei contenuti e nello stile, della Prima Repubblica. Tuttavia mi è parso un discorso povero di contenuti di carattere programmatico, con un approccio dimesso e poco ambizioso rispetto ai problemi del Paese. Insomma abbiamo avuto un Berlusconi innovatore, che si proponeva quasi in termini “eversivi”, e adesso ci troviamo di fronte un Berlusconi in doppio petto, volto a consolidare la sua posizione di egemonia sulla vita politica italiana».

Comunque ha fatto molte aperture di credito all’opposizione.
«E’ abbastanza paradossale che non avendo mai voluto riconoscere la legittimità dei governi in carica di centrosinistra, Berlusconi sia stato così generoso nel riconoscere la legittimità del governo ombra. E’ chiaro che è molto più comodo riconoscere la legittimità degli sconfitti, ma, insisto, registriamo il passo in avanti. Certo, bisogna vedere se il Berlusconi che non vuole scontentare nessuno sarà all’altezza della sfida e della drammaticità dei problemi italiani, che mi sembravano assenti dal suo discorso. Se si limiterà alla pura occupazione del potere, seppure con modi più garbati, o se questa nuova visione della dialettica politica sarà produttiva di cambiamenti e innovazioni. Temo che Berlusconi si illuda di poter gestire l’esistente».

Secondo lei il Pd deve aprire al confronto con Berlusconi?
«Di fronte al Pd c’è una sfida impegnativa. Non si può reagire in modo nervoso, non cogliendo le novità di impostazione dei rapporti tra maggioranza e opposizione, ma non ci si può nemmeno accontentare solo di questo. La sfida va portata sui contenuti. E richiede riforme coraggiose, in grado di sfidare corporazioni e privilegi: ci vorrebbe una destra liberale e non dorotea. In secondo luogo, la questione italiana più drammatica è l’aumento delle distanze sociali e l’impoverimento di una parte della società. Anche affrontare questo problema richiede scelte coraggiose e determinate. Infine l’altro terreno di sfida riguarda la concezione di Stato moderno. Io dubito che la risposta stia nel federalismo, che rischia—oltre un certo limite — di disarticolare ulteriormente il Paese e moltiplicare i costi e la complessità della democrazia».

Che tipo di opposizione dovrebbe fare il Pd?
«Un’opposizione in grado di incalzare il governo sulla base del nostro programma, ma anche e soprattutto capace di darsi un respiro e una prospettiva di medio periodo, perché si tratta di costruire un rapporto più robusto con la società italiana, di elaborare una cultura politica più moderna, in grado di interpretare i cambiamenti del Paese. Si tratta di costruire risposte più convincenti e alternative. In fondo è un discorso non diverso da quello che impegna i riformisti in altri Paesi europei e negli Usa».

Il Pd sembra piuttosto impegnarsi in guerre intestine.
«Forse c’è stato un equivoco nei giorni scorsi. Si è data la sensazione che le cose potessero precipitare verso una resa dei conti, che non era interesse di nessuno, che nessuno ricercava e di cui non si capirebbe il senso».

E’ stato lei nei giorni scorsi a fare rilievi…
«Ci dovrà pur essere una possibilità di discutere senza che questo debba essere interpretato come contrapposizione, dualismo, guerra. Da parte mia ci sono state semplicemente due preoccupazioni. La prima, che ci fosse una discussione vera, all’altezza di una sconfitta di questa portata. Una sconfitta che si “legge” anche nel discorso di Berlusconi, che ha dato il senso di una fase che si chiude e di un’ambizione di egemonia di lungo periodo. Perciò io ho chiesto una discussione vera e non un’interpretazione in qualche modo riduttiva del risultato, legata semplicemente agli errori del governo. La seconda preoccupazione che ho voluto esprimere è quella di coinvolgere le forze migliori del partito, uscendo da logiche abbastanza spartitorie di mantenimento degli equilibri. Come ha detto giustamente Bersani, abbiamo bisogno di rimescolare le carte. I segnali in questo senso non erano convincenti e io l’ho detto, non per stabilire un dualismo, ma perché lo ritenevo utile e necessario. Quel che è avvenuto dopo nel Pd dimostra che era così: ci sono state delle correzioni di rotta. Infatti nella compagine del governo ombra c’è stato uno sforzo effettivo di rinnovamento e apertura. E anche la discussione politica ha cominciato a prendere un respiro diverso. Credo che rispetto alle ragioni iniziali di diversità di giudizio e anche, se si vuole di polemica, le cose adesso si siano avviate in termini più convincenti».

Berlusconi vi ha invitato al dialogo sulla riforma elettorale.
«Bisogna affrontare con prudenza la discussione sulle riforme istituzionali e della legge elettorale. Sono a favore della semplificazione ma trovo sbagliato per il nostro Paese l’introduzione forzosa del biparitismo. Su questo si deve fare una discussione seria, non imprigionata nello schema “o sei per il bipartitismo o sei per la vecchia politica”. Una semplificazione del genere, e solo per ragioni di propaganda interna, non servirebbe a nulla. E sulle questioni che toccano la sostanza della democrazia un partito come il nostro deve essere attento e rispettoso del pluralismo ».

Dicono che lei è stato fatto fuori dagli organismi dirigenti.
«Veltroni mi ha chiesto che cosa volessi fare e sono stato io a dirgli che non intendevo essere impegnato nel governo ombra né in compiti di direzione operativa del Pd e quindi non so chi abbia messo in giro questa voce».

Se è per questo dicono che anche Marini è stato emarginato.
«Non ho idea di che cosa pensi Marini ma un’idea di quel che pensa D’Alema grosso modo ce l’ho. Io non voglio incarichi perché penso di fare altro, di fare cose diverse ma utili. E non è vero che le personalità contano se stanno in un organismo dirigente. Tra l’altro, è giusto che chi ha la responsabilità di guidare il Pd metta alla prova forze nuove e non sempre le stesse persone. Comunque, visto che parliamo sempre di politica nuova, bisogna anche cercare di farla e questo è quel che sto cercando di fare ».

Non è che sta facendo una sua corrente?
«No. Io voglio cercare di fare una cosa differente, che consiste nel mettere insieme trasversalmente persone di diversa provenienza, magari anche con diverse opinioni politiche su determinati temi ma che sono interessate a un progetto di ricerca, di formazione e di informazione. Il che è assolutamente il contrario di vecchie logiche di appartenenza o di cordata».

Con lo strumento della Fondazione Italianieuropei?
«Sì, anche. Ci sono già e continueranno a esserci dei gruppi di ricerca sui problemi del Paese, perché c’è una grandissima domanda di capire e di partecipare. Abbiamo già una rivista, vogliamo poi creare un’associazione di personalità politiche, del mondo della cultura e della società civile che affianchi il lavoro della fondazione. Vogliamo arricchire il patrimonio — già straordinario — di collegamenti internazionali con i think thank progressisti e riformisti dell’Europa, degli Usa e di altri continenti. Siccome vogliamo fare un lavoro rivolto alle nuove generazioni, intendiamo occuparci anche della formazione. E inoltre stiamo cercando di fare un salto di qualità dal punto di vista informativo: abbiamo avviato una collaborazione con la televisione satellitare Nessuno tv. Insomma, daremo vita a una struttura che sarà un pezzo di politica nuova rispetto ai partiti tradizionali. Naturalmente, questo progetto è legato organicamente alla costruzione del Pd, anche se nelle nostre iniziative vogliamo dialogare con tutti, compresi il governo, la maggioranza e le altre forze di opposizione ».

Lo sa che diranno che si sta facendo il suo partito?
«Sarebbe un commento sbagliato da parte di chi pensa che la politica si faccia solo con i partiti e forse non conosce il modo in cui i grandi partiti democratici e riformisti, dagli Usa all’Europa, elaborano le loro politiche e costruiscono il loro rapporto con la società».

Maria Teresa Meli
14 maggio 2008

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