Amartya Sen:La fraternità è andata al diavolo

Amartya Kumar Sen (Santiniketan, 1933) è un economista indiano Premio Nobel per l’economia nel 1998, Lamont University Professor presso la Harvard University.

Per Approfondimenti sull’autore Fonte Wikipedia

Questo testo, che riprende la conferenza tenuta da Amartrya Sen nel luglio del 2000 al simposio della Fondazione Alfred Herrhausen di Berlino.

Primo Sommario
L’importanza del libero scambio per la vita moderna viene spesso data per scontata, ma basta che ne vengano minacciati i fondamenti per capirne l’assoluta necessità. Qualora venga a mancare la libertà di commercio si determina infatti un problema grave in sé.

Evidentemente l’etica pubblica americana sopporta senza difficoltà il fatto che chi vive in condizioni di ristrettezze e povertà riceva un grado di assistenza che al tipico europeo occidentale cresciuto in uno stato sociale appare praticamente inaccettabile.

Per quanto determinata da mercati e fatturati, l’economia della modernità deve la sua nascita non da ultimo a precisi progetti sociali cui la Rivoluzione Francese diede il contributo decisivo. L’odierna economia di mercato va pertanto valutata anche in base a tali progetti politici ed etici, con particolare riguardo allo slogan “Libertà, Uguaglianza, Fraternità”.

Secondo Adam Smith la libertà di scambio e commercio rientra tra le libertà fondamentali dell’uomo. L’importanza del libero scambio economico per la vita moderna viene spesso data per scontata, ma basta che ne vengano minacciati i fondamenti per capirne l’assoluta necessità. Qualora venga a mancare la libertà di commercio si determina infatti un problema grave in sé, del tutto a prescindere da ogni conseguenza economica.

Ciò vale in particolar modo per i casi in cui la libertà del mercato del lavoro venga compromessa da leggi, vincoli e convenzioni sociali. Nonostante gli schiavi afro-americani del sud degli Stati Uniti prima della guerra civile avessero salari pari se non addirittura superiori a quelli pagati altrove, e nonostante vivessero più a lungo degli operai del nord, il puro fatto della schiavitù è in sé un atto di discriminazione sociale (a prescindere da altre, possibili conseguenze della schiavitù stessa).
La privazione della libertà attraverso l’imposizione di un determinato lavoro è considerata in sé un difetto sociale. Il problema non ha solo rilevanza storica ma anche attuale, perché in molte zone del mondo questa libertà viene tuttora limitata notevolmente. Vorrei citare quattro esempi in proposito.

Primo: In molti paesi dell’Asia e dell’Africa persistono forme di servitù della gleba. Chi ne sia colpito non può trovarsi un lavoro diverso da quello offertogli dai suoi tradizionali datori di lavoro.

Secondo: Il lavoro minorile (all’ordine del giorno in molti paesi in via di sviluppo in Africa e in Asia) in fondo non è altro che schiavitù, dal momento che molti di questi bambini vengono costretti a lavorare.

Terzo: in molti paesi del terzo mondo la libertà della donna di cercarsi un impiego all’esterno della famiglia è notevolmente limitata.

Quarto (per fare un esempio di tutt’altro tipo): il fallimento del socialismo burocratico nell’Europa orientale e in Unione Sovietica non dipese esclusivamente da problemi d’ordine economico espressi in termini di salari o di aspettativa di vita. Anzi, quanto ad aspettativa di vita gli stati socialisti avevano raggiunto risultati abbastanza soddisfacenti, tanto che alcuni degli stati ex comunisti forniscono oggi un quadro decisamente peggiore che sotto la dominazione comunista. Forse da nessuna parte si sta peggio che nella stessa Russia (dove l’aspettativa di vita maschile è scesa sotto i livelli indiani e pakistani). Eppure la gente non è disposta a tornare ai rapporti sociali di una volta. Questo perché riconosce l’illibertà di quegli stessi rapporti.

Michael Kalecki ( il celebre economista polacco che quando i comunisti ascesero al potere verso la metà degli anni cinquanta ritornò in patria pieno d’entusiasmo) si rese conto con orrore di quanto venissero conculcate le libertà fondamentali. A chi gli chiedeva come la Polonia procedesse sulla strada dal capitalismo al comunismo, Kalecki rispondeva: “Siamo riusciti ad abbattere il capitalismo, ora non ci resta che abbattere il feudalesimo”.

E tuttavia, quando la letteratura economica affronta il tema “efficienza del mercato” di regola essa accorda poca importanza al tema delle libertà e dei diritti. Preferisce invece orientarsi al valore delle merci prodotte e ai benefici (o al soddisfacimento dei bisogni) che esse determinano. Le teorie economiche del libero mercato non sembrano tenere in gran conto i valori che trovarono eloquente espressione nella richiesta di libertà, uguaglianza, fraternità avanzata dai rivoluzionari francesi. Le grandi teorie preferiscono mettere in luce obiettivi come il “Pareto-Optimum”, ovvero la condizione in cui grazie alla concorrenza nessuno può più accrescere il proprio benessere e il proprio utile, senza influenzare il benessere o l’utile di un altro. Per l’analisi economica questi modelli teoretici di efficienza ottimale sono del tutto legittimi.

Ma a quale modello dobbiamo attingere se invece dell’utile vogliamo ottimizzare le libertà individuali?
Anche in questo caso si può parlare tranquillamente di efficienza: in un regime di concorrenza nessuno può espandere illimitatamente la sua libertà e garantire al tempo stesso la libertà di tutti gli altri. In tal senso i criteri fondamentali per misurare l’efficienza del mercato possono essere utili per considerare il tema delle libertà. D’altra parte questi stessi criteri non dicono nulla sulla uguaglianza, in particolare nulla sull’equa distribuzione della libertà.

Una situazione quindi può essere del tutto ottimale dal punto di vista di Pareto,ovvero, nessuno può più accrescere il proprio utile o la propria libertà senza incidere sull’utile e la libertà di un altro,e tuttavia rivelare enormi diseguaglianze dal punto di vista della distribuzione delle libertà. In realtà il problema della diseguaglianza si aggrava se al posto delle differenze di reddito consideriamo le differenze nella distribuzione delle libertà.

Ciò dipende soprattutto da fatto che alle differenze di reddito si accompagnano diverse possibilità di tradurre il reddito in libertà. Prendiamo ad esempio un disabile, un malato, un vecchio o una persona altrimenti penalizzata: da una parte avrà problemi a guadagnare un reddito decente, dall’altra potrà avere notevoli difficoltà a trasformare il suo reddito nella libertà di vivere bene. Gli stessi motivi (per esempio un handicap) che impediscono a qualcuno di ottenere un buon posto e un buon reddito, possono incidere anche sullo sforzo per un’accettabile qualità della vita – anche a parità di posto e di reddito con un altro lavoratore.

Per gestire disparità di questo tipo, l’azione e il sussidio dello stato possono rivestire un ruolo importante. Nella prassi però l’obiettivo non potrà mai essere l’assoluta uguaglianza (che resta comunque irrealizzabile), ma sempre e solo la limitazione delle più evidenti e imprescindibili diseguaglianze. Ciò non vale solo quando i redditi siano particolarmente bassi, ma anche quando manchi o latiti l’assistenza medica o quando si verifichino altre evenienze che impediscono di condurre un’esistenza degna e pregiudicano la stima di sé. In questi casi altre istituzioni sociali devono intervenire in aiuto del mercato: certo lo stato, ma anche soggetti della società civile.

D’altronde i necessari provvedimenti istituzionali verranno presi quando le relative esigenze abbiano sollecitato grande attenzione politica e sociale, e quando le diseguaglianze e le situazioni d’indigenza abbiano richiamato l’interesse pubblico e l’esigenza d’assistenza. Detto altrimenti: siamo in grado di mobilitarci per la vita e il dolore del prossimo; ma la misura di quest’impegno dipende dalla discussione pubblica e dalla partecipazione politica.

Questo tipo di solidarietà, ovvero la solidarietà come una forza che crea e mantiene in vita istituzioni sociali può integrare il meccanismo del mercato sì da contribuire a risolvere i più marcati problemi di povertà e diseguaglianza.

Fin qui per quanto riguarda la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza in generale. In seguito vorrei invece occuparmi di due problemi specifici che riguardano le più evolute società ad economia di mercato del mondo: l’assenza di un sistema di assicurazione sanitaria negli Stati Uniti e l’alta disoccupazione in Europa occidentale. Entrambi i problemi mettono in rilievo, anche se in modi diversi, la necessità di un maggiore impegno da parte della politica e della società: in ultima analisi la necessità di una maggiore solidarietà.

La disoccupazione diffusa rivela l’essenziale fallimento delle macroeconomie europee. La perdita di reddito determinata dalla disoccupazione può anche venir compensata in misura notevole da sussidi statali (come accade appunto in Europa occidentale). Se l’unico effetto della disoccupazione fosse la perdita di reddito i danni per chi ne è colpito potrebbero quindi venire in gran parti neutralizzati in gran parte dai suddetti sussidi (tralasciando per una volta il problema dei costi sociali per il bilancio statale). Qualora però la disoccupazione provochi ulteriori conseguenze penalizzanti sulla vita della gente, qualora cioè essa causi privazioni d’altro tipo, allora le misure di integrazione del reddito risultano insufficienti.

Ora, c’è una ricca serie di prove a dimostrazione del fatto che, oltre alla perdita di reddito, la disoccupazione provoca altre conseguenze di rilievo: problemi psichici, perdita di motivazione, di capacità e di autostima, aumento delle malattie (o addirittura casi di morte), disgregazione famigliare e sociale, acutizzarsi delle tensioni razziali e del contrasto tra i sessi. Si può quindi affermare che la disoccupazione vigente oggi in Europa rappresenti di per sé una fonte di ineguaglianze almeno altrettanto grande che le sperequazioni di reddito.

Se ci limitassimo a considerare le ineguaglianze sul fronte del reddito, potremmo avere l’impressione che in Europa molto più che negli Stati Uniti si sia riusciti a limitare le disuguaglianze e ad evitare le maggiori sperequazioni di reddito. Effettivamente dal punto di vista del reddito in Europa c’è una situazione migliore. E ciò vale sia per il livello che per il trend delle diseguaglianze, come si deduce da un’accurata indagine condotta per conto dell’Ocse da parte di Anthony B.Atkinson, Lee Rainwater e Timothy Smeeding. Secondo questa ricerca i consueti indici di diseguaglianza sono nel complesso più alti negli Stati Uniti che sulla riva europea dell’Atlantico, ma non solo: in America le differenze di reddito crescono ad un ritmo maggiore della maggior parte dei paesi europei.

La disuguaglianza negli Usa è diversa da quella eruopea
Ma se noi dal reddito ci spostiamo a considerare la disoccupazione, il quadro si rivela decisamente diverso. Al contrario che negli Stati Uniti, negli ultimi anni in vaste parti dell’Europa occidentale la disoccupazione è aumentata drammaticamente e dal momento che la disoccupazione influenza pesantemente la qualità della vita, questa circostanza non può non incidere sull’analisi delle diseguaglianze economiche. Confrontando i livelli di sperequazione del reddito gli europei possono certo dedurne un diritto all’autocompiacimento; ma è un’impressione che si dirada non appena ci si presenti davanti agli occhi il quadro generale.

Evidentemente l’etica pubblica americana sopporta senza difficoltà il fatto che chi vive in condizioni di ristrettezze e povertà riceva un grado di assistenza che al tipico europeo occidentale cresciuto in uno stato sociale appare praticamente inaccettabile. Ma per la stessa etica pubblica americana sarebbe assolutamente insopportabile la disoccupazione a due cifre che caratterizza le economie europee.

Negli ultimi tempi negli Stati Uniti ci si è tornati a concentrare sulle diseguaglianze tra i diversi gruppi etnici. Oggi si concorda sul fatto che dal punto di vista del reddito gli afro-americani siano molto più poveri degli americani bianchi. Questa differenza dal punto di vista del reddito viene spesso considerata un esempio di relativa discriminazione sociale degli afro-americani all’interno degli Stati Uniti.
Ora, dal punto di vista del reddito gli afro-americani potranno essere molto più ricchi di chi vive nei paesi del Terzo mondo, anche tenendo presente la differenza di potere d’acquisto. Se considerata sul piano internazionale la discriminazione dei neri americani sembra quindi ridursi ad un dato privo di significato.

Ma il reddito è davvero un criterio adeguato per simili raffronti?
Come la mettiamo con l’aspettativa di raggiungere l’età adulta senza morire di morte prematura?
Secondo quest’ultimo criterio gli afro-americani maschi si ritrovano dietro i cinesi pur infinitamente più poveri di loro, o dietro la popolazione maschile dello stato indiano del Kerala; per non dire dello Sri Lanka, il Costa Rica, la Giamaica o tanti altri paesi del Terzo mondo.

A questi dati molti contrappongono il fatto che la mortalità degli afro-americani riguarda solo gli uomini e tra questi soprattutto i giovani: gli alti tassi di mortalità sarebbero quindi da addebitarsi alla violenza particolarmente presente in questo segmento di popolazione. Effettivamente tra i giovani neri molti casi di morte dipendono da atti di violenza, ma questa non è ancora tutta la verità. Perché anche tra le donne nere gli indici di mortalità, oltre ad essere molto più alti di quelli delle donne bianche degli Stati Uniti, superano quelli delle donne indiane del Kerala. L’aspettativa di vita di una donna statunitense nera è quasi inferiore a quella di una donna cinese. Inoltre gli afro-americani maschi continuano a perdere terreno rispetto ai cinesi e agli indiani; e questo anche in fasce d’età diverse da quelle giovanili, in cui spesso la violenza è appunto la prima causa di morte.

Qui l’Europa, lì gli Stati Uniti: se consideriamo la possibilità di trovarsi un lavoro e di godere dei benefici che ne derivano allora gli europei offrono un quadro assai triste. Ma se invece ci concentriamo sull’aspettativa di vita, il sistema americano mostra delle evidenti diseguaglianze.
A monte di queste differenze e delle diverse priorità politiche che rappresentano c’è probabilmente, al di qua e al di là dell’Atlantico, un’idea completamente diversa di cosa sia la responsabilità sociale e individuale.

Nella politica americana l’esigenza di un’assistenza medica di base per tutti i cittadini ha un grado di priorità estremamente basso. Negli Stati Uniti molti milioni di persone (secondo alcune stime più di 43 milioni) sono senza assicurazione. Una situazione simile in Europa sarebbe politicamente impensabile, perché nel Vecchio continente l’assistenza medica è un diritto fondamentale del cittadino, a prescindere dai suoi mezzi o dal suo stato di salute. Negli Stati Uniti le spese statali per malati e poveri sono troppo esigue per rispondere alle aspettative europee. La stessa cosa vale per la spesa a favore delle istituzioni pubbliche del sistema sanitario e formativo: tutte spese che lo stato sociale europeo considera come un’ovvietà.

E d’altra parte: nessun governo americano sopravviverebbe al raddoppio della disoccupazione attuale, anche se le cifre dovessero restare al di sotto dell’attuale disoccupazione in Italia, Francia, Germania.
Evidentemente da questo punto di vista gli obiettivi politici in Europa e in America sono del tutto diversi, il che rimanda a diverse forme di solidarietà sociale di “fratellanza”.
La discussione dei problemi specifici che queste due economie di mercato altamente sviluppate si trovano ad affrontare dovrebbe poter ampliare ulteriormente l’effetto sociale della solidarietà sia in Europa che negli Stati Uniti.

Mentre per la maggior parte delle persone è ormai chiaro il significato sia della libertà e della liberalità che dell’uguaglianza e della giustizia, non ci si è ancora resi sufficientemente conto di quanto sia importante la fratellanza per una forma di convivenza sociale degna dell’uomo

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