Gli swap, gli enti pubblici e il debito nascosto

Enti locali, paura derivati

Report/Rai3 – di Stefania Rimini del 14.10.07

Immaginate una roulette che fa vincere sempre il banco grazie a un “gioco” appetitoso ma incomprensibile, e un croupier che suggerisce agli scommettitori il numero e il colore sui quali puntare, sapendo a priori che non vinceranno mai o quasi.

Il “gioco” è quello dei derivati, strumenti finanziari che le banche hanno proposto in questi anni a piccoli imprenditori ed enti locali, con il fine (apparente) di fornirgli una copertura dal caro-tassi, ma con l’effetto (concreto) di portarli a indebitarsi per milioni di euro.

E proprio ai derivati è stata dedicata una puntata su Rai Tre di Report, il settimanale di approfondimento curato da Milena Gabanelli. Eloquente il titolo: «Il banco vince sempre», un’inchiesta condotta da Stefania Rimini.

Si parte dalla bufera di Banca Italease, scoppiata tra luglio e agosto, con oltre 700 milioni di euro di perdite e 2.200 clienti coinvolti.

Per poi passare agli imprenditori che sono caduti nella trappola dei derivati. Rocco Ziino, per esempio, ha perso 2,5 milioni di euro e ha dovuto chiudere bottega.

Annalisa Faglioni racconta di essere arrivata al punto di pagare per uno swap 8-9mila euro di interessi a trimestre, mentre Vincenzo Manzini spiega di aver stipulato un contratto di copertura che l’avrebbe dovuto proteggere dalla crescita dei tassi in Europa.

I tassi sono cresciuti, «ma io intanto sto continuando a pagare e questa copertura proprio non la vedo».

Nel mirino di Report soprattutto una banca: UniCredit, con clienti che, secondo la Gabanelli, «stanno perdendo con i derivati un milione di euro». Tra le altre banche citate c’è anche Bnl.

Perché gli enti pubblici fanno i Derivati?

Gli Enti pubblici hanno sempre bisogno di soldi e li trovano facendo mutui e obbligazioni. Poi si fanno sistemare i debiti dalle banche che si inventano operazioni di finanza strutturata. E così si spostano i debiti in là nel tempo e il pacco se lo ritroveranno le giunte future. Questi scherzetti poi costano cari: le banche hanno un debole per le Regioni, le Province e i Comuni, perché di solito non capiscono i rischi che corrono e non si accorgono dei costi impliciti nelle operazioni “swap”.

Gli “swap” fanno parte della famiglia dei derivati (la stessa dei derivati emessi sui mutui subprime che hanno messo in crisi le borse di mezzo mondo) e si chiamano così perché derivano il loro valore da variabili esterne. Sono strumenti complessi e rischiosi, dove chi ne sa di più lucra profitti abnormi, e chi ne sa di meno perde tutto. Pare che in Italia non si possa vivere senza i derivati perché non hanno lasciato fuori nessuno, dalla grande Regione al piccolo Comune di montagna, dalla lavanderia, al policlinico, all’istituto delle suore.

Sono almeno 30 mila le imprese private coinvolte, e 900 gli enti pubblici che ci stanno rimettendo centinaia di milioni. Siccome però nel caso degli enti pubblici passano per perdite potenziali, non vengono scritte da nessuna parte, e rimangono debiti fantasma. Per esempio all’azienda dell’Acquedotto Pugliese, di proprietà della Regione, le banche hanno fatto assumere un rischio così elevato che i cittadini pugliesi rischiano un domani di restare senza i soldi per riparare le tubature.

Lo swap, nella finanza, appartiene alla categoria degli strumenti derivati, e consiste nello scambio di flussi di cassa tra due controparti. Ad esempio A può acquistare un bond a tasso variabile e corrispondere gli interessi che percepisce a B. B, a sua volta, acquista un bond a tasso fisso, percepisce gli interessi variabili di A e gli gira gli interessi a tasso fisso. Questa struttura (chiamata IRS, cioè interest rate swap) può essere utile per immunizzarsi da fluttuazioni di mercato o gestire fondi comuni.

Nei bilanci degli Enti locali, una delle voci di rilievo è probabilmente quella relativa al capitale ed agli interessi in scadenza sulle varie forme di debito contratte. Tale voce, rappresenta nondimeno un elemento di incertezza, essendo il citato indebitamento il più delle volte soggetto (in varia misura) alle condizioni fissate dal mercato, e quindi esposto a tutte le possibili crisi ed endemiche oscillazioni. Prime fra tutte quelle legate all’andamento dei tassi d’interesse.

L’autonomia finanziaria riconosciuta ai Comuni dalla riforma del Titolo V della Costituzione permette tuttavia oggi anche la gestione di tali variabili. Permette in altre parole la gestione del debito pubblico come strumento di finanza pubblica, teso alla costante contrazione delle voci passive di bilancio.

Da un punto di vista operativo, gli strumenti per la gestione “attiva” del debito sono resi disponibili dalla “finanza innovativa” o “derivata”, Se, per un verso, tali strumenti possono effettivamente rappresentare delle opportunità di riduzione dei costi dell’indebitamento, d’altro canto, se non correttamente utilizzati (o, peggio ancora, compresi) essi si possono trasformare anche in veri e propri disastri finanziari.

Infatti le esperienze fatte, anche da parte di qualche grande Comune, non sempre si sono rivelate positive.

I derivati non hanno attratto solo imprenditori piccoli e medi, ma anche istituti religiosi e conventi o piccoli esercizi come panetterie e tintorie. Eppure la partita più importante è quella che si sta giocando sugli enti locali, dai Comuni alle Regioni, dai quali istituti stranieri come Merrill Lynch, Jp Morgan o Dexia, avrebbero incassato vere e proprie fortune. Enti locali che, a differenza dei singoli risparmiatori, sembra abbiano firmato contratti in modo più consapevole, con questo obiettivo: ottenere subito finanziamenti che prevedono periodi di ammortamento lunghi quel tanto che basta a gonfiare i bilanci, rimandando a giunte e amministratori successivi il “rosso” da saldare. In tutto gli enti pubblici che hanno sottoscritto derivati sono circa 900, esposti per 10,5 miliardi di euro.

Tirate in causa, le autonomie si difendono e l’Anci, l’associazione nazionale dei Comuni italiani, annuncia che farà un monitoraggio e una serie di valutazioni sul fenomeno.

Scommessa finanziaria finanziaria legittima per i Comuni?

Per rispondere a questa domanda bisogna domandarsi a quale finalità deve rispondere un ente pubblico.

L’ente pubblico deve individuare e soddisfare esigenze pubbliche, che sono le necessità dei cittadini che compongono la comunità.

Per queste necessità i cittadini pagano le tasse che poi vengono restituite in termini di servizi pubblici ( le necessità da soddisfare).

E’ evidente che qui le scommesse centrano ben poco, se perdi non sei in grado di soddisfare le esigenze pubbliche della Comunità, ed in base al principio di responsabilità pubblica i soldi pubblici devono soddisfare necessità specifiche collettive e individuate.

Per questo motivo in Gran Bretagna con una legge emessa venti anni fa è vietato agli enti locali il ricorso a strumenti derivati, stessa cosa in Germania. Entrambi questi paesi sono ricorsi leggi specifiche che hanno costretto le banche a restituire quanto versato dagli enti pubblici.

Infatti è stato ritenuto nullo il contratto sottoscritto fra le parti, visto la particolarità della controparte pubblica che è ben limitata nel suo agire, e non agisce per soddisfare il suo interesse ma bensì per individuare e soddisfare interessi pubblici (collettivi).

Basta leggere quanto scritto sotto per capire:

Il “guru di Omaha” Warren Buffett, il 4 marzo 2003, li definì «armi di distruzione di massa».

L’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco, parlandone il 24 marzo 2004 in Parlamento a proposito degli enti locali, disse che «a volte assomigliano a droghe pesanti».

Alessandro Profumo, amministratore delegato di UniCredit Group, il 17 ottobre ha detto invece che sono «strumenti che servono per chiudere i rischi finanziari, utili e usati da tutti».

Il ministro Tommaso Padoa-Schioppa il 24 ottobre ha affermato che i derivati non destano preoccupazioni per i conti di Comuni, Province e Regioni. Ma quantificare i contratti venduti dalle banche per la copertura dei rischi finanziari degli enti locali. copertura reale solo se le controparti sono davvero capaci di comprendere strutture e costi dei contratti ,è difficile.

In conclusione, i derivati sono strumenti legittimi, ma ad alto rischio e occorrono persone preparate per comprenderli e gestirli, non ci sembra che gli enti Pubblici siano in grado di avere determinate professionalità. Inoltre visto le finalità specifiche delle A.P. sarebbe opportuno vietarli per legge come hanno fatto paesi con una cultura finanziaria più avanti della nostra, in fondo è meglio avere un asilo certo che vederselo sfumare per dover pagare gli interessi alle banche.

Una piccola riflessione la merita anche l’aspetto morale, perché ci domandiamo: “com’è possibile che in un rapporto fiduciario banca cliente, si sia potuto consigliare in particolare alle A.P. certi strumenti visto l’esperienza empirica e incontrovertibile datata ormai di oltre 20 anni”.

Questo dimostra che anche i banchieri, possono scrivere libri sulla “ Responsabilità sociale dell’impresa”. Ma sarà difficile che gli stessi attuino ciò che predicano, altrimenti, come spiegare oltre ai derivati situazioni poco carine come i Bond Parmalt e Cirio (1), collocati a ignari e fiduciosi clienti, che si sono visti dilapidare i risparmi frutto di una vita lavorativa, fatta di rinunce giovanili per avere una vecchiaia agiata e meno pensierosa.

1) Leggi Nostro Report Economico Marzo 2008 sui dati Parmalat

NB:

Il Report Marzo 2008, è attivabile dal pulsante posizionato sulla barra di navigazione a destra del sito.

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