La lezione di Aldo Moro e la democrazia compiuta

Aldo Moro

16 marzo 2008  

Walter Veltroni

La Repubblica

Caro direttore,trent´anni fa a via Fani, nel traffico della mattina presto, Aldo Moro veniva rapito, la sua scorta massacrata. Anche in quegli anni così duri la storia sembrò precipitarci addosso. Cinquanta giorni dopo Moro fu ucciso.

Oggi vorrei ricordare non quella tragedia che colpì l´Italia, ma quell´uomo, quel politico così straordinario. Il mondo è pieno di uomini politici che ti spiegano le cose che sono già accadute, ma uomini politici che hanno il coraggio di spostare in avanti il loro mondo, di vincere delle resistenze, di sfidare l´impopolarità, sono più rari. Tra questi certamente c´era Aldo Moro, come Enrico Berlinguer.

Moro è nella storia d´Italia, la sua lezione non può essere strumentalizzata a fini di oggi. Tuttavia, in qualche misura, c´è un po´ un “de te fabula narratur” in questa storia.

La cosa affascinante dell´idea della politica di Moro era che essa fosse, appunto, costruzione progressiva di equilibri e di svolte non affidate alle decisioni di un giorno. Durante i terribili giorni del rapimento il Paese ebbe la capacità di unirsi e di uscire da quella tragedia del terrorismo. In questo c´è la grande intelligenza politica di quella generazione di uomini politici italiani: l´aver saputo far convivere costantemente il più aspro dei conflitti, quello determinato da un tempo di guerre ideologiche e persino di appartenenze a mondi diversi, con la capacità di convergere attorno a ciò che veniva considerato da loro il valore principale che era il valore degli interessi nazionali. In questo senso “de te fabula narratur”.

Secondo me è compito nostro reintrodurre questo valore nella vita politica italiana, reintrodurlo nella forma nitida, chiara e riconoscibile di una distinzione di ruoli, di funzioni, di dimensioni e di momenti, tra l´aspetto della convergenza necessaria tra forze diverse per la scrittura comune delle regole del gioco ed il necessario, laico, razionale conflitto per il governo del Paese sulla base di programmi e di valori diversi.

Moro, Berlinguer sapevano investire la politica di quelli che da Berlinguer stesso furono definiti “pensieri lunghi” e che Moro tradusse in un´idea di sviluppo della società italiana.

C´è un filo rosso nel pensiero di Aldo Moro che deve essere seguito: l´idea dell´evoluzione di un sistema politico verso un approdo che veniva chiamato “la democrazia compiuta”, però con una caratteristica: una grandissima attenzione nei confronti della società. Mi colpiscono in questo senso le parole che Aldo Moro ha usato e che tante volte sono state citate nel famoso intervento al Consiglio Nazionale della Dc del novembre del 1968.

Lui leader di un partito che in quel tempo in tutte le piazze d´Italia, veniva messo all´indice dalla manifestazioni studentesche si alzò per dire: «Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta, come non mai.
Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zona d´ombra, condizioni di insufficiente dignità e di insufficiente potere non siano oltre tollerabili; l´ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze dell´intera umanità; la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio; il fatto che i giovani, sentendosi ad un punto nodale della storia, non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità».

Io vedo qui, appunto, quel segno della grandezza della politica che è la capacità di leggere la società e di saper spostare in avanti il proprio mondo; è la doppia dimensione che fa la bellezza della politica, il suo non farsi separato ed il suo essere elemento dinamico e non di ostacolo e di freno. Moro faceva nascere la sua politica da una considerazione molto profonda sulla crisi della democrazia.

È stata l´ossessione del suo lavoro politico e nel ‘74, dopo il referendum sul divorzio, diceva: «C´è una sproporzione, una disarmonia, una incoerenza fra società civile, ricca di molteplici espressioni ed articolazioni ed una vita politica stanca, ridotta a sintesi inadeguate e talvolta persino impotente».

Moro parla di una democrazia bloccata, cioè con ridotte possibilità di un vero e continuo succedersi di forze politiche nella gestione del potere, nella fase finale della sua vita si affaccia l´idea che si dovesse realizzare per via politica ciò che non si era riusciti a realizzare per via istituzionale, quella che ad esempio era stata al centro del dibattito sulla famosa “legge truffa”.
Moro allora disse: «Anch´io sono disposto a riconoscere che la democrazia non è soltanto il regime della maggioranza, ma è il regime del rapporto necessario, della garanzia permanente di esistenza e funzionalità, ciascuna nel proprio ambito di una maggioranza e di una minoranza. Bisogna che la maggioranza possa orientare, dirigere, prendere iniziative e decisioni e che la minoranza possa con forza e sicurezza operare, secondo la sua funzione di controllo, proporre alternative, permettere eventuali mutamenti nell´orientamento del Paese».

Sono parole che mi sentirei di sottoscrivere integralmente oggi. La democrazia italiana è immersa esattamente nello stesso bagno di problemi, di contraddizioni e di difetti che, allora, venivano lucidamente avvertiti. Solo che per via istituzionale e per le ragioni storiche che sappiamo non si riuscì a raggiungere quella idea di una democrazia fatta di una maggioranza e di una minoranza.

E Moro allora, credo, decise politicamente di aprire una terza fase, decise cioè che attraverso lo strumento della politica si dovesse soggettivamente introdurre quell´elemento di virtù che istituzionalmente non si era riusciti ad introdurre.

Questo è in fondo ancora il problema del nostro Paese, cioè una democrazia compiuta. Una democrazia compiuta è una democrazia che ha la capacità di condividere le regole del gioco e di rispettare laicamente l´esistenza di un confronto tra maggioranza ed opposizione o “maggioranza e minoranza”, per usare l´espressione di Moro, che competano lealmente per il governo del Paese. A me pare che noi ci troviamo, oggi nella condizione di dover fare politicamente ciò che non siamo riusciti a fare istituzionalmente.

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