Élite e classi dirigenti in Italia

 

Curato da: Carboni C.
Editore: Laterza
Data di Pubblicazione: 2007
Pagine: XVIII-163
Reparto: Politica

Dati alla mano, i numeri parlano chiaro:

l’Italia è, tra i paesi sviluppati, il meno soddisfatto delle proprie istituzioni.

Nel 2005 solo un italiano su dieci aveva fiducia nel governo e solo uno su trenta nella pubblica amministrazione. Il destino economico e democratico del paese appare incerto, la nostra storia recente è lastricata da episodi di illegalità nei comportamenti delle élite al potere e il cittadino comune non crede più che le dirigenze nazionali saranno in grado di raddrizzare la situazione.

Ma chi e quanti sono i personaggi che occupano i vertici del nostro paese?

Perché si sa così poco sul loro conto e sulle loro azioni?

La povertà di un’informazione seria e circostanziata sui nostri top leader può spiegarsi con la tendenza di alcuni poteri a rendersi intenzionalmente poco visibili e difficilmente indagabili.

Ne è diretta conseguenza il disincanto con cui, di tanto in tanto, la popolazione assiste all’esplosione non annunciata di eventi clamorosi come Tangentopoli o le truffe e i tracolli del capitalismo corsaro e dei connubi politico-finanziari. Simili scandali alimentano la sfiducia quasi endemica dei cittadini italiani verso la classe dirigente, percepita come affetta da una grave miopia morale e da un basso senso della legalità, inadeguata a gestire le sfide del mercato e della democrazia, fondata sulla rete delle relazioni e delle raccomandazioni molto più che sul merito e sulle capacità individuali.

Prefazione di Pierluigi Celli. 

 L’incontro con Carboni e con il suo gruppo di ricerca è una di quelle casualità positive che capitano talora, quando ormai si dispera di poter contare su qualcuno che condivida temi e riflessioni, per noi essenziali, divenuti oggetto di dibattito mediatico al punto di essere quasi totalmente banalizzati.
Così, ragionando da più tempo intorno all’argomento delle classi dirigenti (ceti o élite?), mi ero venuto convincendo che quasi nulla di utilizzabile ai fini di una presa di posizione anche operativa (ad esempio in funzione di una riproposta di progetti di costruzione di nuovi percorsi formativi) fosse disponibile nella letteratura in circolazione. Sì, c’era qualche articolo, e poi una quantità salottiera di allusioni o riferimenti più o meno espliciti. Ma un solo testo, non più recentissimo, che a mio parere valesse veramente la pena di essere meditato, e cioè Le virtù dei migliori di Ornaghi e Parsi, nelle edizioni del Mulino.
E invece, per uno di quei fatti straordinari che segnano di tanto in tanto l’emergere di nicchie di eccellenza anche nel panorama non sempre esaltante della nostra accademia, ecco presentarsi il lavoro, umile e paziente, condotto da Carlo Carboni presso la facoltà di Economia «Giorgio Fuà» di Ancona. È forse la prima volta che disponiamo, in Italia, di un testo di ricerca che, sia pure con tutti i limiti di una base dati ancora da perfezionare, esplora con metodo, non solo in termini qualitativi, il fenomeno dei gruppi dirigenti e di potere di questo paese.
Carboni è un ruminante concettuale e uno scaltro (ancorché paziente) sistematizzatore di dati: a lui dobbiamo la voglia di andare avanti sul tema, fino al punto di convogliare risorse, e uomini di studio e ricerca, per predisporre le tappe successive del suo lavoro. Le conclusioni, provvisorie, che ci consegna non sono certo fatte per suscitare euforia. Forse confermano, semplicemente, il sentire comune in merito all’argomento in oggetto. Ma come spesso avviene, quando i numeri e le percentuali portano ad evidenza la gravità delle intuizioni solo intraviste, si resta stupiti di come, a fronte di un disagio così denso e di un quasi disastro più che generazionale, non esistano nel paese né anticorpi né progetti. È come se da un certo punto in poi avesse operato un anestetico potente, capace di eliminare il problema dal tavolo, consentendo così a ognuno, individualmente, e ai gruppi, socialmente, di occuparsi di una propria personale scalata alle posizioni di comando, in grado di tutelare al meglio gli interessi di parte.
La classe dirigente di questo paese appare invecchiata, slabbrata in più parti e dispersa, senza che sia dato intravedere un percorso serio di formazione che possa riprodurre quelle competenze e quelle virtù che pure avevano fatto la grandezza del paese alla fuoriuscita disastrosa da una dittatura e da una guerra. Oggi sembra importante contare «comunque», con una prevalenza di atout mediatici o affidando il potere di incidere socialmente a percorsi ambigui, tra l’esasperazione finanziaria e l’accanimento a sopravvivere di meccanismi negoziali, cartelli, combinazioni amicali, incroci di interessi che tutelano lo status quo più che la voglia e l’esigenza del paese di cambiare. Le solite facce e i soliti luoghi di esercizio del potere non sono solo la ripetizione del già visto e del già vissuto, ma anche, e soprattutto, il destino di una continuità senza gloria e senza grandi speranze. La condanna, ex ante, di quanti vorrebbero regole nuove. Forse anche sbagliando, come avviene, quasi inevitabilmente, quando si tentano altre soluzioni o si imboccano strade non ancora praticate.
Carboni e i suoi ci offrono una fotografia in bianco e nero, che andrebbe meditata da quanti sognano a colori solo nel proprio recinto di controllo, disposti a invocare un cambiamento che riguardi tutti gli altri e pronti a lavorare perché tutto resti come sempre, affinché i propri interessi settoriali non subiscano scosse.
Il problema delle classi dirigenti di un paese è solo quello della sua cultura civile e della disponibilità a farsi carico del bene comune, almeno come cornice di riferimento. Una pia illusione, forse, in tempi di guerre per poli e di leggi elettorali che sterilizzano sul nascere persino il diritto dei cittadini di scegliere «i migliori».

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