Archivio per la categoria 'Crisi Economica 2008'

Crisi: Italia esplode la disoccupazione, sale all’ 8% ad ottobre

Grafico nostra elaborazione su dati Istat.

Istat, a ottobre i disoccupati oltre quota due milioni

La disoccupazione schizza a livelli record, con il numero dei senza lavoro che a ottobre, per la prima volta dal marzo del 2004, sfonda la soglia dei 2 milioni.

A ottobre – comunica l’Istat – il tasso di disoccupazione è salito all’8% dal 7,8% di settembre (più un punto percentuale rispetto allo stesso mese dell’anno scorso), raggiungendo il valore massimo dal novembre del 2004. Il numero delle persone in cerca di lavoro è quindi 2.004.000, in aumento del 2% (+39mila persone) rispetto a settembre e del 13,4% (+236mila) su base annua.

Il tasso di disoccupazione giovanile – aggiunge l’istituto di statistica – a ottobre è aumentato al 26,9% dal 26,2% di settembre, con una crescita del 4,5 punti percentuali rispetto a ottobre dell’anno scorso.

I dati non tengono conto della Cassa Integrazione spesso anticamera della disoccupazione.

La risposta del ministro Scaiola sui dati ISTAT che riguardano la disoccupazione.

Per il ministro dello Sviluppo economico «iIl dato sulla disoccupazione di ottobre reso noto oggi dall’Istat è comunque molto meglio della media europea e degli altri Paesi»: così ha detto a margine di un convegno a Roma.«È la crisi economica che si trasferisce sulla disoccupazione», ha aggiunto Scajola. Comunque, ha concluso il ministro, «teniamo meglio noi».

In Germania, il tasso grezzo di disoccupazione si é attestato a novembre al 7,6% della popolazione attiva contro il 7,7% del mese precedente.
Lo rende noto l’ufficio del Lavoro.  I dati destagionalizzati mostrano un calo dei disoccupati di 7mila unità a 3,422 milioni, con un tasso di disoccupazione dell’8,1%.

Approfondimenti:

Nota Mensile ISTAT

La crisi è finita. E i disoccupati? di Massimo Giannini

Crisi: Pressione fiscale l’Italia sale al quarto posto nei paesi OCSE.

Pressione fiscale totale in percentuale del PIL, 2007

I Paesi sono stati classificati in base al loro prelievo fiscale complessivo in rapporto al PIL.

Rapporto sito OCSE

Pressione fiscale 2008 in leggero calo. Ma l’Italia sale al quarto posto.

Le entrate fiscali nel nostro Paese sono diminuite al 43,2% del Pil dal 43,5% del 2007 Le entrate fiscali in Italia sono diminuite al 43,2% del Pil nel 2008 dal 43,5% del 2007.

È quanto emerge dalle stime dell’Ocse che in un rapporto evidenzia come le entrate fiscali dei Paesi aderenti all’Organizzazione si ridurranno ancora nel 2009 dopo il calo registrato nel 2008, in seguito ai tagli delle tasse decisi dai governi per sostenere la domanda durante la crisi.

Nella classifica sulla pressione fiscale, il primo posto va alla Danimarca che nel 2008 registra il livello più alto con un 48,3% del Pil, mentre l’Italia si piazza al quarto posto con un 43,2%, salendo di due posizioni rispetto al 2007, dietro Svezia (47,1%) e Belgio (44,3%).

La pressione fiscale in Italia risulta così superiore a quella della Francia scesa al 43,1% nel 2008 dal 43,5% del 2007.

«I Governi sono intervenuti con decisione nel 2008 e nel 2009 per supportare la domanda nel periodo di crisi – osserva il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria – ma la contrazione delle entrate fiscali pone dei rischi, una volta ripartita la ripresa, nel mantenere solida le finanza pubblica».

In generale, nei Paesi Ocse, l’incidenza delle entrate fiscali in rapporto al Pil nel 2008 risulta in calo di mezzo punto percentuale, passando dal 35,8% al 35,2%.

Nel 2007, la pressione fiscale si è attestata sul 35,8%, lo stesso livello del 2006, dopo il 35,7% registrato nel 2005 e il 35,1% nel 2004. Il livello più alto mai registrato nelle serie storiche è stato raggiunto nel 2000 con un 36%.

Modifiche delle entrate fiscali in rapporto al PIL (in punti percentuale) 1995-2007

Note: 1) 1998-2007

Crisi:Per il CSC di Confindustria a fine anno ci sarà la ripresa.”Dipende da come si leggono i dati”

Riportiamo sommariamente il Focus mensile del CSC, che prevede una ripresa entro la fine del 2009 e i primi mesi del 2010.

Vista la perplessità di chi scrive in merito a quanto affermato dal CSC di Confindustria, ho inserito nel post alcuni grafici esterni al fine di estendere maggiormente la riflessione in merito.

Il gap sui dati pre-crisi rinamgono ancora a due cifre come si può parlare seriamente di ripresa economica?

******

Crisi, per Confindustria consolidamento ripresa dalla fine 2009.

Secondo gli indici congiunturali il consolidamento della ripresa economica dovrebbe verificarsi tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, secondo quanto riferito dal centro studi di Confindustria nell’analisi mensile, diffusa oggi.

Dopo il rimbalzo più forte dell’atteso del Pil mondiale nel terzo trimestre, gli indici congiunturali puntano al consolidamento della ripresa tra fine 2009 e inizio 2010.

L’anticipatore Ocse è in forte e diffuso rialzo da febbraio ed è sopra la media di lungo periodo.

Il Pmi manifatturiero negli Usa a ottobre è salito ai massimi dal giugno 2007 ( ma permane alta la disoccupazione) e nella zona euro a novembre è al top da marzo 2008, si legge nel documento di Confindustria.

Nell’industria il divario rispetto ai valori pre-crisi rimane molto più ampio e lungo da colmare, a fronte dell’accresciuta concorrenza internazionale sia tra paesi industriali che si trovano nelle medesime condizioni sia dagli emergenti.

La persistente debolezza del dollaro, cui è agganciato lo yuan cinese, rende più arduo lo scenario competitivo per la zona euro.

Le materie prime affermando che  il rialzo conferma la migliorata domanda globale di manufatti, ma erode i margini di profitto già compressi nei sistemi, come la Germania e l’Italia, dove la crisi ha provocato una più marcata caduta della produttività.

In Italia il balzo estivo della produzione industriale (+4%) ha lasciato il posto a una graduale risalita in ottobre-novembre, mentre restano deboli ordini e fatturato; le attese di produzione delle imprese puntano a nuovi incrementi nei prossimi mesi, partendo da livelli sempre molto bassi.

Nei  paesi del Bric ( Brasile, Russia, India e Cina) la crescita è sostenuta dai consumi. I consumi invece rimangono deboli  in Russia.

Le aziende italiane si orientano con decisione verso quei mercati più dinamici, ma con un ampio distacco di performance nei confronti del la Germania.  E’ diffuso il miglioramento degli acquisti di macchinari.

Persistono ancora  ostacoli al credito che permane difficile soprattutto per le imprese di minori dimensioni, nonostante l’ampia e massiccia liquidità immessa nel sistema dalle banche centrali e dai giverni.

La  Bce e la Fed hanno comunicato ufficialmente, che gradualmente rientreranno dalle politiche monetarie non convenzionali,mantterranno comunque fermi i tassi ufficiali nel  lungo periodo.

La disoccupazione aumenta in tutti i paesi dell’area OCSE ad eccezione della Germania.

Approfondimenti:

Crisi: Occupazione Grandi Impese al netto della CIG – 7,7 sul 2008 e – 10,7 sul 2005

Crisi: E’ finita?

Crisi:A settembre recupera l’industria. Ma su base annua gli ordinativi segnano -20%

Crisi:Ocse,la ripresa lenta farà aumentare ancora la disoccupazione

Crisi: Va alle stelle il debito pubblico Americano

Crisi: Prepariamoci al G2 “Cina e Stati Uniti”

Crisi: Occupazione Grandi Impese al netto della CIG – 7,7 sul 2008 e – 10,7 sul 2005

L’occupazione nelle grandi imprese è diminuita del 2% a settembre rispetto allo stesso mese del2008.   Lo rende noto l’Istat, precisando che al netto della cassa integrazione il calo è stato del 4,1 per cento. Su base mensile, invece, il calo è stato dello 0,1% sia al lordo, sia al netto dei dipendenti in cassa. Nel confronto tra la media degli ultimi tre mesi (periodo luglio-settembre) e quella dei tre mesi precedenti si è registrato un calo dello 0,6% al lordo della cassa integrazione e dello 0,4% al netto dei dipendenti in cig. ( Fonte ilsole24ore.it)

Cosi sarà l’informazione sui maggiori quotidiani.

Ma la realtà è ben altra, l’occupazione nelle grandi imprese al netto della CIG ( che misura la produttività vera) è del – 7,7 sul 2008 e del – 10,7 sul 2005.

Tabella e grafico nostra elaborazione su dati ISTAT

Clicca sull’immagine  per ingrandirla

Come emerge chiaramente dal grafico sopra  è ormai dal 2006 che l’occupazione nelle grandi imprese industriali perde terreno a causa della dislocazione all’estero delle stesse che di fatto non vengono sostituite da altre attività delle sttesse dimensioni.

Ci sono leggende metropolitane come quella dei benefici a prescindere del commercio internazzionale che sono dure a morire.

Non c’è nessun vantaggio comparato e neanche di scala in mercati totalemente aperti con una diversa legislazione e remunerazione del lavoro, l’unico vantaggio è quello competitivo che si focalizza sui centri di costo.

Questi vantaggi sono a godimento delle  maggiori imprese produttrici e non dei lavoratori, come domostrano anche i paesi del’est Europa dove i lavoratori prendono “stipendi da fame” che di fatto non sono neanche sufficienti per vivere in quei luoghi.

 

Crisi: L’eterna minaccia della Fiat

Aggiornato al 27/11/2009

Quando è troppo è troppo!!!!!!!!!!!!!!!

Nonostante la crisi, la F.I.A.T. (Fabbrica Italiana Automobile Torino) rimane a tutt’oggi l’impresa  simbolo del settore automobilistico italiano.

Ma nelle stesso tempo è anche il simbolo di un’impresa che definire privata sarebbe azzardato, visto gli ingenti emolumenti che ha ricevuto dallo Stato Italiano fin dall’inizio della sua nascita.

La crisi attuale non c’entra niente con i problemi della Fiat e le strategie del Guru Marchionne, è solo un pretesto per attuare una ristrutturazione aziendale in Fiat Auto, di conseguenza chi vuole allungare l’agonia  mantenendo in Italia l’attuale livello di occupazione lo deve fare a spese proprie (dello Stato Italiano).

In proposito si legga questo articolo del 14/11/2004 “La crisi della Fiat incognita per l’ Italia”

La strategia di ristrutturazione programmata dal management di Fiat è chiara, ed è quella di sempre dettata dalla Famiglia proprietaria “neanche un euro nostro andrà in inefficienza, di chiunque ne siano le colpe”.

Ma è anche l’epilogo drammatico di una globalizzazione che vede la società Italiana senza una vera guida politica che indirizzi la politica economica ormai ferma da annni e che sappia farsi valere a livello Europeo. Una politica economica Europea in grado di competere con i paesi emergenti e con gli Stati Uniti. Che tradotto vuol dire una politica fatta di salari sufficienti a vivere dignitosamente secondo gli standars dei paesi occidentali industrializzati. In caso contrario la concorrenza si giocherà sempre sul dumping sociale e i paesi Europei giocheranno a ruba mazzo fra di loro facendo tenere il banco ai PSV.

Destra e Sinistra si sono accontentate di vivere il presente rimandando i problemi a chi veniva dopo.

Senza una visione di lungo periodo un paese industriale non va da nessuna parte. Come non va da nessuna parte se non molla al suo destino industrie che dovrebbero pagare di tasca loro i ripetuti errori commessi.  Questo non vuol dire che i lavoratori della Fiat devono esere abbandonati a se stessi, ma vuol dire semplicemente che si deve tutelare la persona e non il posto di lavoro. Le persone vanno sostenute economicamente al fine di ricollocarle in settori produttivi ed efficienti, ed è a quei settori che la politica economica di un paese moderno dovrebbe guardare e indirizzare le proprie risorse economiche.

Questo vale anche come riflessione per qualche politico locale, che crede di avere risolto il problema correndo al capezzale di una multinazionale Francese affichè rimanga in Italia. Ognuno si può illudere come vuole, e si accontenta di quello che può ottenere.

Una cosa però è certa: se non ci sarà una seria e attenta analisi di cosa è accaduto e perchè, è bene sapere che si è solo rimandato il giorno del funerale.

La decadenza non è solo in un “capitalismo da rapina”. Ma è anche in chi si definisce Democratico, Socialdemocratico o Cattolico-Democratico e magnifica le meraviglie del miracolo economico  dei PSV frutto di una globalizzazione le cui meraviglie sono sotto gli occhi di tutti, basta volerle vedere.

Di seguito segnalo alcuni  articoli recenti che riguardano la vicenda Fiat.

Marchionne: «In Italia non possiamo tenere aperti sei stabilimenti Fiat»

Sul piano industriale della Fiat che sarà presentato il primo dicembre prossimo al ministro delle Attività Economiche Claudio Scajola e in seguito alle parti sociali, l’amministratore delegato di Fiat Group, Sergio Marchionne, ha sottolineato: «Abbiamo un piano industriale intelligente e riusciremo ad aumentare la capacità produttiva in Italia».

«La cosa importante – ha aggiunto il top manager, a margine dell’incontro presso il Centro ricerche Fiat con il ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini – è cercare di non difendere tutto se vogliamo tenere tutti gli stabilimenti aperti e fare tutte le cose necessarie. Ci sono richieste che non sono fattibili in un mondo che è cambiato profondamente. Non possiamo tornare a una realtà che non esiste più.

Fonte: La Repubblica.it

Fiat, i sindacati sul piede di guerra “Chiarezza o sarà mobilitazione”

Marchionne ha detto che nei sei stabilimenti italiani si produce l’equivalente di quello di una sola fabbrica in Brasile.

Fonte: La Repubblica.it

FIAT: MONTEZEMOLO,NON STA A NOI FARE POLITICA INDUSTRIALE

“Marchionne ha detto una cosa giusta che condivido e cioe’ che non sta alla Fiat fare la politica industriale ma sta al Paese, dotando la politica industriale, oltre che delle scelte, delle risorse necessarie in funzione alle scelte. Anche li’ confermo quello che ha detto Marchionne”. A margine della premiazione dei progetti vincitori del concorso di ideee ‘Accade domani’ di Italia Futura, il presidente del Gruppo Fiat, a chi gli chiedeva della chiusura degli stabilimenti ipotizzata dall’amministratore delegato nei giorni scorsi, ha spiegato: “siamo una squadra, la forza della Fiat e’ nella coesione non solo come spirito di corpo in azienda, ma come totale spirito di squadra dei vertici. Non ho una virgola da aggiungere a quello che ha detto Marchionne”.

Fonte: La Repubblica.it

Fiat: Scajola difende il polo industriale di Termini Imerese

Si intrecciano sempre di più le vicende dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, a rischio chiusura, e il rinnovo degli incentivi per l’acquisto di auto nuove.
«Sarebbe folle far morire un polo industriale come quello di Termini Imerese, su cui nel tempo sono stati fatti investimenti importanti e dove tutti mi dicono che la qualità del lavoro è molto buona» ha detto il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola, in merito alle discussioni relative allo stabilimento di Termini Imerese di Fiat. «Noi chiediamo a Fiat che venga aumentata la produzione industriale in Italia, dove immatricoliamo più auto di quante ne produciamo», spiega Scajola, aggiungendo però che «Fiat ritiene che 6 stabilimenti siano troppi e che Termini Imerese ha difficoltà oggettive: è troppo costoso produrre». Il ministro ribadisce che «tutto il settore dell’auto deve essere ristrutturato profondamente, ma questo non significa che in Spagna si possa produrre quasi il doppio delle auto che si producono in Italia».

Fonte: La Repubblica.it

Fiat, Marchionne risponde a Scajola “Follia chiudere Termini? Veda i dati”

Fonte: TG COM

L’a.d. di Fiat, Sergio Marchionne, risponde a tono al ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, che nei giorni scorsi, aveva detto di ritenere “folle l’eventuale chiusura dell’impianto di Termini Imerese”. “Per mia esperienza personale – ha detto il manager del Lingotto – prima di usare un linguaggio pesante come follia uno dovrebbe capire i dati. Se uno poi li capisce magari tira conclusioni diverse”.

“Comunque – ha concluso l’a.d. – aspettiamo il 1 dicembre e il 21 dicembre”, le due date in cui sono previsti l’incontro con il ministro Scajola e, successivamente, con le parti sociali.

Prima del round con i vertici del Lingotto, però, il ministro dello Sviluppo Economico incontrerà i sindacati siciliani. La convocazione è stata fissata per lunedì 30 novembre. Scajola ha assicurato che nella trattativa con Torino “il governo non sarà un mediatore indifferente ma piuttosto impegnato a salvaguardare la capacità produttiva”.

Scajola: «Per Termini Imerese pronti 400 milioni»

Per la fabbrica Fiat di Termini Imerese sono pronti investimenti per 400milioni. La notizia è contenuta nella lettera inviata dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, a “Il Giornale”, che replica all’editoriale di Nicola Porro, in cui sosteneva che il governo vuole sostituirsi all’azienda nella gestione delle fabbriche Fiat. Il ministro, quindi, spiega che «è vero che, come afferma la Fiat, costruire un’auto a ermini Imerese costa da 800 a mille euro in più. Ma Fiat afferma anche che ciò non dipende dai lavoratori, né dagli impianti produttivi, che sono stati recentemente ristrutturati anche con fondi pubblici. Dipende dalle diseconomie esterne e dalla carenza di infrastrutture, a cominciare dal porto, che obbliga l’azienda a spedire le auto da Catania», scrive Scajola.

Fonte: Il sole24ore.it

Crisi:Alcola è solo l’ultimo campanello di allarme

Clicca sull’immagine per ingrandirla

«A questi prezzi dell’energia in Italia non è possibile operare».

La frase non arriva da un gruppo di Pmi inferocite, ma si legge in un austero comunicato di Alcoa, gigante dell’alluminio mondiale quotato a New York.

Per anni il gruppo ha sfruttato tariffe agevolate sulla base di una norma ad-hoc, ora messa in discussione da Bruxelles.

Ma l’eventuale ritorno alla normalità, cioè alle tariffe pagate da tutte le altre imprese italiane, per Alcoa è inaccettabile.

Così andiamo in perdita, spiegano gli americani. Per far capire al governo italiano che non scherzano hanno minacciato di chiudere temporaneamente due stabilimenti.

Ora la «palla» è nel campo dell’esecutivo, che dovrà trovare un’intesa con la UE. Ma guardando oltre le proteste degli operai di Portovesme e l’azione opportunistica di Alcoa, il tema da affrontare è sicuramente quello della bolletta energetica.

Rispetto ai concorrenti europei le aziende italiane pagano il 20-30% in più ed è questo il nodo da affrontare.

“L’Alcoa è solo l’ultima delle aziende che dichiara un situazione di difficoltà e che manifesta l’intenzione di sospendere l’attività produttiva. Si è di fronte a scelte che non è possibile accettare e che è necessario respingere con la massima fermezza. Insieme ad Alcola la ex Otefal, l’Eurallumina, la Portovesme S.r.l., per un totale di 4.500 lavoratori coinvolti dalla precarietà e da una crisi che viene pagata in modo drammatico dagli operai, dalle famiglie e dal territorio del Sulcis”.

Lo dichiara il segretario generale della Cisl Sarda Mario Medde.

”E’ solo la punta di un iceberg – afferma Medde – , perchè il territorio vive una crisi economica e sociale senza precedenti. Come nelle altre realtà industriali, nella Sardegna centrale, nel Medio Campidano, nel Sassarese, in Ogliastra e nell’Oristanese, persino nella Gallura, e nel Cagliaritano il sistema produttivo vive il tracollo del modello di sviluppo. I segnali che starebbero positivamente emergendo e l’economia internazionale non trovano riscontro alcuno nel sistema economico e industriale dell’Isola”.


Clicca sull’immagine per ingrandirla

Riflessione:

La recessione porta disoccupazione, chiusure di aziende, sofferenze e difficoltà per tutti.

Ma la distruzione sosteneva J. A. Schumpeter “ha anche un effetto creativo” nel senso che stimola ogni realtà a cambiare, per adattarsi al nuovo scenario e cercare di sopravvivere e di conseguenza crea un nuovo equilibrio socioeconomico. E’ in questo senso che va interpretato il concetto di equilibrio economico dei classici dell’economia politica.

Per le nostre imprese il prezzo dell’energia elettrica è il più alto d’Europa, rispetto alla media dei Paesi UE. Con il risultato che nel 2006 gli imprenditori italiani hanno speso in elettricità 5.925 milioni in più dei loro colleghi europei.

La  Confartigianato sottolinea che dal luglio 2003 al luglio 2006 i prezzi italiani dell’elettricità sono aumentati ad una velocità superiore a quella dei prezzi europei.

Infatti, nel triennio considerato i prezzi sono saliti nei paesi UE del 20,9% a fronte di un aumento del 31% dei prezzi italiani.

Addirittura maggiore il divario per la classe di consumo delle piccole imprese (50.000 kWh all’anno): in questo caso la crescita dei prezzi in Italia è stata del 36,7%, contro il 19,0% dell’Ue, con un gap di 17,7 punti percentuali.

L’Italia ha il record negativo nell’Ue per il maggiore prelievo fiscale sull’energia elettrica consumata dalle piccole imprese: le imposte incidono per il 25,4% sul prezzo dell’elettricità, a fronte di una media europea del 9,5%.

Un primato davvero poco invidiabile se si considera che addirittura in 12 Paesi dell’Unione Europea non si pagano tasse sull’energia per usi industriali.

Se oltre al vantaggio competitivo sui costi energetici, si aggiungono anche quelli sul costo della manodopera spesso sei o sette volte inferiore ai  nostri nei paesi dell’est Europa e in quelli in via di sviluppo, potete capire che competere producendo in Italia con questa diversità di fattori produttivi diventa davvero faticoso. Basta vedere la Tabella delle imprese a rischio di insolvenza in Italia.

La forza creatrice che ricostruisce il sitema socieconomico dopo la distruzzione “capitalistica” deve essere guidata da politiche economiche lungimiranti, ma per il momento non si vedono Statisti degni di questo nome nell’orizzonte della politica Italiana.

L’Europa, deve trovare una politica economica comune al fine di poter far competere le proprie imprese, altrimenti l’equilibrio economico che è sicuramente uno dei pochi assiomi certi dell’economia troverà una soluzione non certo favorevole al vecchio continente.

Approfondimenti:

CRISI SARDEGNA: MEDDE (CISL), PALAZZO CHIGI SEDE PER SOLUZIONI

ALCOA: CISL,MOBILITAZIONE GENERALE CONTRO SCELTE INACCETTABILI

Crisi:E’ finita?

Note grafico: In Asia i due maggiori paesi verso cui la Cina presenta un disavanzo commerciale sono la Corea ed il Giappone.

Il Nocciolo prima di leggere l’articolo proposto del sole24ore.it

La Cina.

Le speranza delle economie occidentali è di una crescita aiutata da una riduzione del deficit commerciale verso la Cina. La Cina in altre parole attraverso un incremento delle sue importazioni dovrebbe sostenere, riducendo i propri avanzi commerciali o aumentando i propri disavanzi, aiutare Europa e Stati Uniti.

In effetti l’arresto della caduta o il lieve aumento di alcuni indicatori economici in occidente a partire da marzo 2009, è coincisa con una diminuzione drastica dell’avanzo commerciale cinese.

Qualitativamente però tale relazione non convince. Mi pare improbabile che un paese come la Cina, in cui il reddito pro-capite è pari a 2.884 dollari all’anno possa alimentare stabilmente importazioni di beni di consumo prodotti all’estero. Il  timore è che le importazione cinesi siano al servizio della produzione per l’estero e non consista di beni di consumo prodotti all’estero.

In altre parole, l’aumento delle importazioni di inizio 2009, successivo ad un piano pubblico di sostegno all’economia da 586 miliardi di dollari, riguarda beni durevoli e strumentali non beni di consumo.

Cosa c’è di grave in tutto cio?

Le conseguenze, ossia:

Che le importazioni Cinesi sono al servizio delle esportazioni verso gli Usa. La Cina importa da Asia ed Europa materie prime beni, strumentali e in generale quanto serve per produrre quello che verrà venduto negli Usa.

Fonte OECD

******

Recessione: Tra dati e sfere di cristallo

Recessione finita, oppure no. Le variabili da tenere d’occhio di Vittorio Carlini

Il presidente degli Usa Barack Obama, alla fine, ha ammesso quello che diversi economisti, spesso fuori dall’ufficialità, dicono da tempo: esiste il rischio di una ricaduta in recessione. O se si vuole, in maniera più politically corret: la ripresa potrebbe assumere le sembianze di una«W».

A ben vedere nessuno ha la sfera di cristallo e nessuno, nel territorio inesplorato dell’attuale congiuntura, può dire cosa accadrà da qui a pochi mesi.

Certo, probabilmente non vedremo la Borsa tornare nella “Fossa delle Marianne” del 9 marzo scorso (almeno si spera). Ma se la rimonta indosserà un abito a forma di «L», «W» oppure di saxofono (sì, gira anche questa nuova figura per delineare il possibile andamento del Pil) sarà sempre questione di maggiore o minore probabilità di uno scenario rispetto all’altro.

Diamo i numeri…
Nel terzo trimestre 2009, la prima lettura del Pil Usa ha indicato una crescita annualizzata del 3,5 per cento. Un bel balzo rispetto al calo del 6,4% tra gennaio e marzo. Non pochi hanno sentenziato: «Basta con i catastrofismi! Il peggio è alle spalle, siamo fuori dalla crisi». Ok, certo. Ma come dimenticare che il governo di Washington ha profuso a piene mani incentivi e sostegno all’economia? «La ripresa – ribattono molti esperti -è dopata. Bisogna attendere quando il sostegno “pubblico” verrà meno». Il passaggio di testimone tra la politica espansiva dell’amministrazione di Obama e la spesa di Mr e Mrs Smith è fondamentale: dovesse fallire sarebbero guai. Allora senza alcuna pretesa di esaustività, per cercare di capire ciò che può essere, alcune variabili, come riporta la stessa CnnMoney, offrono spunti interessanti. Indicatori legati all’economia Usa, ma che valgono anche per altri mercati.

La disoccupazione preoccupa
Il tasso di disoccupazione, in ottobre, è salito al 10,2%, il massimo negli ultimi 26 anni. Un dato che preoccupa la Casa Bianca. È banale ricordare che più le persone perdono impiego e busta paga, più la propensione al consumo diminuisce. Cioè, la domanda aggregata si sgonfia. Non solo: la mancanza di uno stipendio (che è anche una “tragedia” dell’esistenza, non solo economica) impedisce di pagare le rate dei muti, facendo lievitare le insolvenze. Come dimostrano i numeri: il tasso di morosità dei prestititi sulle multiproprietà di Fannie Mae alla fine di settembre è salito allo 0,62%, contro lo 0,16% del 2008; mentre oltre il 14% dei titolari di mutui per l’acquisto di una casa risulta o insolvente o in ritardo di più di tre mesi sui pagamenti. Insomma, la situazione non è rosea. Bisogna ricordare, peraltro, che gli economisti guardano anche ai “payroll”, cioè all’andamento delle buste paga. In ottobre ne sono andate perse più di 190mila, un valore maggiore della media di mensile negativa che ha caratterizzato la recessione del 2001. Se il trend continua… sono dolori.

Le vendite al dettaglio: si spera nel Natale
Negli Stati Uniti le vendite al dettaglio hanno mostrato, negli ultimi mesi, alcuni segnali di ripresa: escludendo le auto (che hanno beneficiato di forti incentivi per le vendite), sono salite in cinque sugli ultimi sei mesi. La National retail foundation, peraltro, stima che lo shopping nell’importantissimo periodo natalizio sarà in flessione dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2008. Un andamento migliore delle aspettative allontanerebbe, di molto, i timori di stallo dell’economia. Sarà così? Difficile rispondere: la disoccupazione, cui si aggiunge la stretta sul credito, gioca un ruolo fondamentale. Alcuni economisti, anche in Italia, sottolineano che il problema negli Usa è stato proprio quello di un boom della domanda dopata dal debito. «È ora – sostengono – che gli americani siano meno cicale e diventino più formiche». Si tratta di una bella tentazione teorica. Tuttavia, il consumer spending vale circa il 70% dell’attività economica nazionale. David Wyss, capo economista di S&P’s ricorda alla CnnMoney : «Se i consumatori, a Natale, (e già durante il Thanksginving, ndr) avranno paura di fronte alle vetrine, potremmo ricadere in recessione». Si potrà obiettare: ma la spinta deve arrivare dall’Europa e dai paesi (ex) emergenti, Cina in testa. Considerazione plausibile ma, è il commento di molti, ipotizzare una ripartenza senza Stati Uniti è utopia.

Il mondo dell’auto: quale futuro dopo gli incentivi?
Poche industrie sono state colpite dalla crisi più di quella dell’auto. Negli Stati Uniti due delle sorelle di Detroit, General Motors e Chrysler, sono state accompagnate sotto la “tutela” del concordato (Chapter 11) per evitarne il fallimento. Negli ultimi mesi le vendite si sono riprese. General Motors è riuscita a raggiungere 28 miliardi di dollari di ricavi, all’incirca 4,9 miliardi in più rispetto a quanto realizzato dalla “Old GM” tra aprile e giugno. E, nonostante abbia iscritto a bilancio una perdita di 1,15 miliardi, la società automobilistica si è detta pronta ad accelerare i rimborsi dei prestiti ricevuti da Washington, dal sindacato dei lavoratori e dal governo canadese. Tuttavia la stessa GM, nelle sue previsioni, non fa voli pindarici: nel quarto trimestre prevede una “moderazione” dell’industria dell’auto, con un tasso stagionale annualizzato di vendite di auto «che dovrebbe scendere a 56,4 milioni di veicoli». Anche negli Stati Uniti si avrà una discesa dei volumi: stimate circa 10,7 milioni di unità. Insomma, la debolezza della domanda nel settore è prevista: fondamentale è monitorare il suo andamento senza il paracadute delle sovvenzioni statali (negli Usa come in Europa)

Continua a leggere l’articolo sul sole24ore,it

Approfondimenti:

Osservatorio dell’economia:Elaborazione Ufficio Studi del Sole 24 Ore

Obama: «Contenere il deficit.Il rischio è nuova recessione»

La prima volta di Obama e Hu: lavorare insieme contro la crisi

Negli Stati Uniti calano le richieste di mutui e i nuovi cantieri

Prezzi al consumo Usa: a ottobre +0,3%

Crisi:A settembre recupera l’industria. Ma su base annua gli ordinativi segnano -20%

Ancora sotto del 20%  l’indice degli ordinativi sull’anno precedente.


A settembre ripartono ordini e fatturato dell’industria.

Gli ordini dell’industria sono aumentati del 5,2% congiunturale a settembre e il fatturato del 2,3%, secondo i dati Istat destagionalizzati. Si tratta dei dati più alti rispettivamente da gennaio e da giugno 2008.

Gli incrementi congiunturali si devono soprattutto alla componente estera: gli ordini registrano +7% (+4,2% per la parte nazionale); il fatturato +7,7% (+0,1% la nazionale).

Su base tendenziale gli indici grezzi, invece, sono diminuiti per gli ordini del 20,4% e del fatturato del 17,3%.

Riguardo l’analisi per raggruppamenti principali di industrie, l’Istituto Nazionale di Statistica rileva che gli indici destagionalizzati del fatturato hanno segnato variazioni congiunturali positive per tutti i raggruppamenti principali di industrie: più 7,0 per cento per i beni strumentali, più 0,7 per cento per i beni intermedi, più 0,7 per cento per i beni di consumo (con più 2,9 per cento per quelli durevoli e più 0,3 per cento per quelli non durevoli) e più 0,2 per cento per l’energia.

La serie corretta per effetti di calendario da dati diversi e ben più acuti rispetto a quelli destagionalizzati.

Crisi:Ocse,la ripresa lenta farà aumentare ancora la disoccupazione

Ocse, ripresa lenta tempi lunghi per il recupero del tasso di disocupazione.

Andamento del tasso di  disoccupazione

Il problema principale sarà la disoccupazione è questo il monito il monito lanciato dall’Ocse nel rapporto semestrale sulle previsioni economiche sottolineando che il picco della disoccupazione sarà toccato nella prima metà del 2010 negli Stati Uniti ma nell’area euro la disoccupazione non scenderà prima del 2011. La disoccupazione sarà in costante aumento raggiungendo il 9,4% nell’anno in corso, il 10,6% nel 2011 e il 10,8% l’anno successivo. Un quadro non proprio positivo. L’Ocse infatti sottolinea che «tutto ciò rischia di portare a un indebolimento della fiducia dei consumatori, che potrà fiaccare la ripresa». Anche negli States la disoccupazione continuerà a crescere salendo al 9,2% quest’anno per arrivare a un picco del 9,9% nel 2010 per poi scendere al 9,1% nel 2011.

Per quanto riguarda l’area euro, l’economia nel 2009 accuserà una flessione del 4% per poi risalire l’anno prossimo con un tasso di espansione dello 0,9% e dell’1,7% nel 2011.

Andamento del PIL


Più dinamica la ripresa negli Stati Uniti che chiuderanno il 2008 con un calo del Pil del 2,5% ma già l’anno prossimo si avrà una crescita del 2,5% che si rafforzerà nel 2011 al +2,8%.

Il quadro globale è migliorato ma sull’economia continuano a incombere una serie di rischi.

Deficit di bilancio

In particolare l’Ocse sottolinea gli squilibri internazionali, il surplus commerciale cinese e il deficit della bilancia commerciale americano al primo posto, destinato a salire all’11,2% del Pil quest’anno, per poi attestarsi al 10,7% nel 2010 e al 9,4% nel 2011. Secondo l’Ocse «non si può escludere un disordinato aggiustamento dei tassi di cambio».

Sul fronte dei tassi d’interesse, l’Ocse ha auspicato che Bce e Fed continuino la politica espansiva per sostenere la ripresa. Secondo l’organizzazione le due banche centrali avvieranno una politica più restrittiva solo a partire dalla fine dell’anno prossimo.

Relativamente stabile l’inflazione.

Indice dei prezzi al consumo

Riflessione:

Da una lettura più attenta del rapporto dell’Ocse emerge:

- Le imprese hanno ridotto gli investimenti e le famiglie hanno aumentato il risparmio contraendo i cosnsumi,

- I governi hanno disavanzi e debito pubblico alle stelle,

- I bilanci delle banche centrali hanno avuto una espansione mai vista prima.

E’ chiaro che siamo di fronte a dei dati macroeconomici da paura, e non favorevoli  alle politiche economiche per la piena occupazione.

L’inflazione è bassa perchè siamo in una fase  di depressione morbida, l’economia non c’è la fà ancora a ripartire e la crescita della sole Cina e India prevista dall’OCSE da sola non può mai riportare il sistema alla richiesta di domanda antecedente la crisi, di conseguenza senza la domanda l’occupazione soffre.

Il problema principale è quello di chi alimenterà la domanda?

Nel periodo antecedente la crisi l’eccesso di indebitamento degli Americani alimentato da una politica economica espansiva creava un eccesso di domanda ( la bolla prima del CRAK), ora possiamo anche fare i moralisti quanto vogliamo ma di fatto di quell’eccesso tutti i paesi produttori ed esportatori hanno goduto. Non solo l’eccesso che alimentava la domanda aggregata era fatto da persone che vivono in un paese dai salari medio alti e che quindi potevano comprare una varietà di prodotti a maggior valore aggiunto, di solito questi prodotti sono quelli prodotti nei paesi cosiddetti industrializzati.

I Cinesi gli indiani e tutti i lavoratori dei  paesi dai bassi salari, possono anche aumentare  i consumi, ma la loro domanda sarà rivolta ad una serie di prodotti a basso costo. Un milione di cinesi che spendono dieci euro in più al mese comprano un milione  di prodotti da dieci euro o si indebitano per l’acquisto di beni durevoli in propozione a quella spesa mensile. Ma chi ha bassi salari non potrà mai compare tutti i mesi un oggetto che costa 200 euro o indebitarsi a medio o lungo termine per quello stesso ammontare mensile.

Insomma per sostituire l’ americano medio che spendeva prima della crisi ci vogliono circa 20 lavoratori delle fabbriche cinesi.

Inoltre i Cinesi risparmiano circa il 40% del loro reddito contro una media di circa il 13% dei paesi industrializzati, questo accade, perchè devono programmare il loro sostentamento per quando andranno in pensione a causa di una totale manganza delle politiche di Welfar State.

Ora è inutile nascondersi dietro un dito, la ripresa sarà lenta perchè trascinanta da una domanda a basso valore aggiunto, e non è un caso se le imprese dislocalizzano in paesi dai bassi salari, lo fanno perchè prevedono un target di clientela che  potrà spendere solo una parte del proprio salario, un salario che è di fatto un settimo o un ottavo di quelli erogati nei paesi industrializati.

CINA COSTO DEI FATTORI PRODUTTIVI

Oggi l’ ISTAT conferma che nei primi nove mesi del 2009 le esportazioni complessive verso i paesi UE hanno segnato, rispetto allo stesso periodo del 2008, una diminuzione del 23,1 per cento e le importazioni del 24,9 per cento. Nello stesso periodo il saldo è stato negativo per 2.332 milioni di euro, con una netta riduzione del passivo di 9.884 milioni di euro rilevato nello stesso periodo del 2008.

In conclusione, è molto probabile che la ripresa sul versante dell’occupazione  per certi paesi o aree industrializzate andrà ben oltre il 2011 come prevede oggi l’Ocse.


Approfondimenti:

Economic Outlook No. 86  (lingua Inglese)

Economic Outlook No. 86 schede singoli paesi (lingua Inglese)

ISTAT: Commercio con l’estero: scambi complessivi con i paesi UE

Fiat conferma la chiusura dello stabilimento Alfa di Arese

Fiat: a Termini Imerese proteste degli operai

Fiat di Termini Imerese, Scajola: «Tuteleremo l’occupazione»

Le misure più adatte per il vestito dello sviluppo di Fabrizio Onida

Ai saperi professionali un posto in prima fila

L’Fmi e il feticismo della finanza

CREDITO ALLE IMPRESE / Cordoni stretti? Chiedete alla Pa

Commercialisti: in Italia la pressione fiscale è al 50.6%

Crisi: Infortuni sul lavoro -10,6% e -5,6% a pari produttività ante crisi.

Infortuni sul lavoro -10,6% e -5,6% a pari produttività ante crisi.

Il dato è interessante,  e segnala,  che la competizione per la sopravvivenza delle imprese anche in tempo di crisi  non è fatta sulla pelle delle persone, anche quando si subiscono forti pressioni competitive che si basano solo e soltanto sul Dumping Sociale ( leggi nostro post di ieri in merito).

Anche quest’anno emerge chiaramente, che ogni anno che passa la cultura della sicurezza da i suoi frutti e questo grazie all’impegno di tutti gli attori coinvolti nel sistema produttivo.

Certo occorre fare di più, ma occorre anche una cultura ed un linguggio diverso di chi a livello di partitito e di sindacato si occupa di questi temi.

La cultura della sicurezza è qualcosa che si può attuare in maniera proficua solo con la cooperazione effettiva e attiva  fra le  parti coinvolte, alimentare un insensato odio di classe da pseudo Marxisti non serve e non porta a niente su questo tema.

Fermo restando  la responsabilità personale di chi le regole del gioco non le rispetta! Va detto però in merito che le regole doveno essere: chiare e attuabili  per essere giustamente sansionabili, questo è il confine ” fra essere o non essere” socialmente responsabili.

******

Il presidente dell’INAIL, Marco Fabio Sartori, ha illustrato oggi a Roma – alla presenza del ministro Sacconi – i primi dati relativi all’anno in corso. In generale gli incidenti registrano una flessione del 10,6%. Ma questo andamento dipende in parte dalla crisi economica

Roma, 17 novembre 2009

Diminuiscono ancora gli infortuni e le morti sul lavoro nei primi sei mesi del 2009: in entrambi i casi ci troviamo di fronte a un calo sostenuto pari a rispettivamente al -10,6% e -12,2%. Se il dato accentua sensibilmente il  miglioramento in atto ormai da molti anni, va detto, tuttavia, che il primo semestre 2009 è stato un periodo particolarmente negativo per l’economia italiana sia sul versante dell’occupazione (diminuita dello 0,9% nel primo trimestre e dell’1,6% nel secondo) che su quello della produzione industriale, calata di oltre il 20%. Se a questo si aggiunge il massiccio ricorso alla Cassa integrazione, appare chiaro come al sostenuto calo della quantità di lavoro effettuata corrisponda, ovviamente, una considerevole flessione dell’esposizione al rischio di infortunio. Sulla scorta dello applicazione di appropriate metodologie di proiezioni statistica è possibile stimare, pertanto, che una quota da 5 a 6 punti percentuali del calo nel primo semestre 2009 (sia infortuni in complesso che mortali), sia da attribuire alla componente “accidentale” rappresentata dalla contingente congiuntura economica particolarmente sfavorevole. E’ questo il quadro emerso oggi, a Roma, nel corso della presentazione dei dati relativi all’andamento infortunistico del primo semestre 2009 dell’INAIL: i dati sono stati illustrati dal presidente/commissario straordinario dell’Istituto, Marco Fabio Sartori, alla presenza del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi.

Totale Infortuni

Andamento generale. Nel primo semestre del 2009 gli infortuni sul lavoro sono stati 397.980 contro i 444.958 del primo semestre 2008, mentre i casi mortali sono stati 490 a fronte dei 558 dello stesso periodo dell’anno precedente. Il calo ha interessato tutte le componenti del fenomeno infortunistico, anche se in misura diversificata. La riduzione degli infortuni e dei casi mortali, infatti, ha riguardato soprattutto i lavoratori nell’effettivo esercizio della loro attività (cioè in occasione dei lavoro): rispettivamente -11,1% e -13,1%. Più contenuta, invece, la flessione degli infortuni in itinere, ovvero quelli che si sono verificati sul percorso casa-lavoro e viceversa (-5,8%) e dei relativi casi mortali (-9,2%). Molto rilevante, infine, il calo dei morti sulla strada in occasione di lavoro (-20,5%).

Infortuni per settore di attività. Quanto ai singoli settori di attività, il decremento rispetto al primo semestre del 2008 ha interessato soprattutto l’Industria (-21,5% di infortuni e -18,7% di casi mortali) e in particolare il comparto metalmeccanico, che ha fatto registrare una riduzione del 27,3% per gli infortuni e del 20% per i casi mortali.  Anche le Costruzioni segnano un consistente calo degli infortuni (-15,8%) e uno molto più modesto dei casi mortali (-3,9%). Nettamente più limitata, invece la flessione registrata nei rami di attività dell’Agricoltura e dei Servizi, che segnano entrambi un calo degli incidenti del 2,2%, accreditando ulteriormente l’ipotesi che vede nell’andamento negativo della produzione industriale una delle principali cause della riduzione degli infortuni nei primi sei mesi del 2009. L’Industria, infatti, rappresenta il ramo economico che ha maggiormente sofferto della crisi produttiva e occupazionale in atto (l’ISTAT rileva per l’Industria in senso stretto un calo di occupati del 3,9% nel secondo trimestre 2009, a fronte di un -1,6% generale).

Infortuni per genere. Nel primo semestre 2009 il miglioramento dei livelli infortunistici ha favorito soprattutto la componente maschile (-13,9%) e in misura molto più contenuta quella femminile (-2,1%), mentre la riduzione dei casi mortali è stata molto sostenuta per entrambi i sessi (-18,2% per le femmine e -11,7% per i maschi). Anche in questo caso il consistente decremento degli infortuni tra i lavoratori di sesso maschile, che dell’Industria rappresentano la parte preponderante sia in termini di occupati che di esposizione ai rischi, è parzialmente riconducibile alla crisi del settore industriale nei primi mesi del 2009.

Infortuni per territorio. È stato il Nord industrializzato a evidenziare i migliori risultati in termini infortunistici nei primi sei mesi del 2009. In particolare, il Nord-Est ha registrato un calo del 14,3% degli infortuni e del 20,9% dei casi mortali. Sensibile anche la flessione a Nord-Ovest: -9,1% per gli incidenti sul lavoro e -19,5% per gli infortuni mortali. Al Centro, unico caso in controtendenza in tutto il panorama infortunistico, si registra un incremento di una decina di infortuni mortali: 107 casi contro i 98 dello stesso periodo del 2008.

Fonte: INAIL

Pagina Successiva »


 

Dicembre: 2009
L M M G V S D
« Nov    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Comune di Bientina

    Le Filo Diretto Con Il Sindaco

        • Corrado Guidi

      Visite Sito

  • free hit counter

Contattaci

Circolo Bientina

  • Primarie 2009

Varie Bientina

Dossier Crisi

Dossier Enciclica

  • Caritas in Veritates

    Articoli Enciclica Eletti PD

Dossier Articoli Crisi Economica

  • Pulsante keynesiano
  • Lezioni per il futuro

Documenti Crisi Economia Circolo

  • Crisi Globale
  • Focus Economia

Festa Nazionale PD 2008

Link Iniziative

  • sito unalegge per la musica
  • baranner eni

Web TV

Questo sito collabora con Arcoiris.TV

Libreria Circolo

Le Riviste Disponibili Nel Circolo

Libri Disponibili Nel Circolo

Documenti Vari

Documenti Esterni

  • Rapporti

Workig Papers

Link PD

Iniziative Nazionali

Documenti PD

Sito Nazionale

Gruppi Parlamentari

Unione Provinciale

Unione Regionale

Gruppi Regionali

Iniziative Locali

Link Vari Area PD

Deputati PD

    Eletti In Toscana

Partiti e Associazioni

Associazioni

Programmi

Programma PD

Programma Unione

  • Programma Unione

New Agenzie

New Google

  • New Google Birmania
      • Rasegna stampa pd
      • ANSA IT
      • ANSA Live UE
    • news google

    Sondaggi e Ricerche

    • ipr marketing

    citizen journal

    Link Vari

    Associazioni

      Osservatori

    Democratici Nel Mondo

    • Logo Democratic
    • Sito Barack Obama
    • Sito Hillary Clinton

    Iniziative Umanitarie



    Organismi – Istituti E Commissioni Di Ricerca

    • Unione Europea
    • censis
    • cnel
    • cnel commissione lavoro
    •  glocus logo
    • ISAE
    • ICE
    • Unicamere
    • logo Airi
    • Eurispes
    • Logo APAT
    • FMI
    • WTO
    • Banca Mondiale

      Commissioni

      • Logo Cefass

    Categorie

    Archivio Per Mese