
Ad un incontro tra l’amministrazione comunale di Bientina con una delegazione di ragazzi palestinesi – incontro organizzato all’interno di un progetto di cooperazione promosso da Arci Valdera – si è molto discusso del concetto di libertà.
Tema delicato e mai banale, soprattutto se pensato da una prospettiva distorta come quella dei territori palestinesi.
Ed ecco che dalle prime interpretazioni (si è liberi quando per strada nessuno ti perquisisce, quando per andare a scuola non devi attraversare tre o quattro check point con militari armati…), si è passati rapidamente a riflessioni molto più profonde e infinitamente più amare: si è liberi quando non solo il corpo, ma anche il pensiero può muoversi ed esprimersi; quando un intero popolo può emanciparsi da una condizione di povertà e indigenza grazie alle proprie forze; quando si ha un’identità riconoscibile e non imposta da altri; quando si può legittimamente rivendicare una storia passata senza percepirla come recisa dal presente e dal futuro; quando si può progettare una vita che abbia prospettive, speranze.
Pensieri e parole – espresse con voci ferme e tanta serietà – di ragazzi di quattordici, quindici anni, che abitano a Ramallah, a Betlemme.
Adolescenti. Con il cellulare, certo, vestiti di t-shirt colorate e con scarpe da ginnastica. Ma con una consapevolezza, scaturita da un vissuto drammatico alle spalle, che non ha uguali nei coetanei italiani. Già preoccupati per il proprio avvenire, per ciò che non potranno costruire in Palestina, proprio come non ci sono riusciti i loro genitori – percepiti come una generazione sconfitta, annichilita. Già coscienti di dover scegliere a breve – se non subito – tra un esilio che gli permetta magari di studiare, laurearsi e lavorare all’estero, o un restare che li vincoli e li costringa a vivere nella paura, rischiando ogni giorno che la rabbia e il senso di impotenza li conducano verso scelte violente, suicide.
Di fronte a ciò, un qualsiasi abitante dell’emisfero cosiddetto “Occidentale” (e il pensiero corre a Edward Said, palestinese, e al suo Orientalismo), rabbrividisce percependo la scollatura che si apre tra l’avere quattordici anni qui ed averli a Gaza.
Eppure il brivido non ci deve accecare. Perché libertà è anche vivere facendo esperienze adeguate all’età, stare in un contesto (uno stato, una comunità, una famiglia) che ci lasci il tempo di crescere e di maturare, che non acceleri questi processi.
A quattordici anni si deve essere liberi di giocare e di innamorarsi, anche di essere futili e superficiali. Non si può essere seri a diciassette anni, scriveva Rimbaud. Di sicuro si deve poter essere spensierati.
Questa mancanza di libertà - inscindibile da tutte le altre indicate dai ragazzi palestinesi – è un furto inaccettabile. Un furto di cui probabilmente loro – gli adolescenti – non si rendono pienamente conto, immersi come sono nel flusso rapido e caotico di un conflitto sempre rinnovato, di una cattività imposta.
Un furto di tempo, che poi è vita. Una illiberale costrizione a crescere di colpo.
L’adolescenza da vivere in quanto tale, dunque.
Ma anche la maturità da vivere in quanto tale!
Se a quattordici anni deve essere prioritaria la formazione (scolastica, sentimentale, caratteriale), a ventiquattro anni – o trentaquattro anni… – diventa prioritaria la piena, totale autonomia.
La capacità – preceduta dalla possibilità – di non dover dipendere economicamente da nessuno, di scegliere il proprio destino.
E se voliamo rapidamente dalla Palestina all’Italia, ecco che qualcosa di illiberale sta accadendo anche qui, ormai con sempre maggiore costanza.
Non si tratta di togliere libertà ai nostri adolescenti (il problema in Italia è semmai opposto), quando di toglierla ai giovani adulti, ai figli degli anni settanta e ottanta, a coloro che hanno vissuto – parlo in termini generazionali ovviamente – una lunga adolescenza e adesso devono uscirne.
E’ la libertà di avere lavori dignitosi, costi della vita adeguati agli stipendi, possibilità di trovare casa, di creare nuove imprese, di procreare. L’autonomia non si dà, è ovvio, non si può dire “sii libero!”.
Ma certamente si può facilitare, favorire. E la politica ha anche questo compito: creare condizioni (spesso solo mantenerle) che permettano l’autonomia.
Quando un governo non ha ciò come priorità, sotto forma di impellenti provvedimenti da varare immediatamente – o almeno da mettere “in cantiere” – quel governo sta rubando la libertà ai propri cittadini, al di là di quale nome politico si appropri il suo leader.
Le decisioni dei primi mesi del Governo Berlusconi sono sciagurate non solo perché riconfermano una gestione privata della Repubblica, garantendo solo i diritti di uno o di pochi, ma anche e soprattutto per questo: perché non vedono che in Italia un’intera generazione non è libera.
Al contrario, è imprigionata nelle case dei genitori, incatenata alla precarietà, ammanettata ai nepotismo e ai baronati.
Questa generazione vuole liberarsi, proprio come i ragazzi di Nablus lo vogliono. Non è un paragone troppo azzardato, specialmente se prendiamo in considerazione il concetto di libertà più profondo espresso dagli adolescenti palestinesi ospiti a Bientina: poter progettare il proprio futuro in autonomia.
Noi non abbiamo conflitti armati (non più almeno), intifade, razzi ed elicotteri da guerra a minacciarci quotidianamente.
Ma abbiamo milioni di giovani che potrebbero non arrivare mai ad essere madri e padri, ad avere una casa, ad avere una pensione. Le politica deve costantemente trovare soluzioni nuove, plausibili e moderne a questi problemi.
E il Partito Democratico si sta impegnando a farlo.
Perché se non c’è libertà senza pace, spesso il rischio è anche che non ci sia pace senza libertà.
Dario Carmassi ( Segretario del Circolo del PD di Bientina)
















































































