
Fonte: Repubblica — 05 luglio 2008 pagina 24 sezione: ECONOMIA
«Gli indiani se ne vanno. Prima hanno fatto un sacco di soldi da noi e ora vanno via».
Il succo – amaro – della storia della Videocon di Anagni è tutto qui, a sentire uno dei sindacalisti che si prepara alla manifestazione di martedì a Roma.
I proprietari asiatici sono pronti a lasciare, mille persone rischiano il posto di lavoro e non c’ è tempo da perdere. è vero.
Ma è vero anche che la crisi dello stabilimento in provincia di Frosinone non è “tutta qua”.
C’ è il rapporto euro-dollaro che non aiuta a esportare chi produce. C’ è la globalizzazione che se prima migliorava il potere d’ acquisto dei consumatori oggi è una delle cause di inflazione.
C’ è l’ India, ex colonia inglese, che compra la Jaguar e c’ è la Cina che impone i suoi prezzi all’ Europa mentre qui i magazzini si riempiono di merce invenduta.
Eppure il progetto Videocon di Anagni era partito, nel 2005, con le carte in regola: c’ era un piano di riconversione industriale (lo stabilimento era della francese Thomson: fabbricava cinescopi, i cinescopi non vendevano e fu costretta a chiudere.
La multinazionale indiana rilevò lo stabilimento per assemblare televisori, realizzare impianti di condizionamento e pannelli al plasma).
E c’ erano i soldi: Videocon ereditò dai francesi 185 milioni di euro.
Altri 58 furono stanziati da Regione Lazio e ministero per lo Sviluppo. In cambio si impegnò a lasciare inalterato il numero degli occupati, circa 1.500, 950 in cassa integrazione.
Impegno mantenuto, fino al 20 giugno 2008: quando al ministero il presidente di Videocon, Prapip Dhoot, ha annunciato: «Non possiamo andare avanti con la linea del plasma».
Perché? «Il mercato è cambiato, e per questi prodotti non ci sono protezioni doganali». In effetti il plasma, che all’ inizio avrebbe dovuto rappresentare il core business dell’ azienda, non vende molto contro il boom degli Lcd.
E poi «i cinesi mandano qui i componenti ma anche i pezzi finiti, che loro producono a costi più bassi ed è impossibile essere competitivi». è il capo delle risorse umane Andrea Lo Sasso che parla. «La linea di produzione del plasma c’ è ma non è stata ancora installata – racconta – mentre quella dei condizionatori è partita, ma poi si è fermata, perché il mercato non tirava più». A quel punto restava solo la linea di assemblaggio tv, che impiega 490 dipendenti. Tradotto: gli altri mille possono tornare a casa.
Ora i sindacati sperano di attivare le vie diplomatiche chiedendo al governo italiano di fare pressioni su quello indiano.
Il progetto industriale si può rimodulare, dicono (fu lo stesso Dhoot, nell’ ottobre del 2007, a preannunciare una linea dei più innovativi schermi OLED).
Alla manifestazione di martedì 8 luglio a Roma ci saranno gli organizzatori (Filcem-Cgil, Femca-Cisl, Uilcem-Uil), rappresentanti della provincia di Frosinone, «e tutti politici della zona», racconta Silvio Campoli, segretario provinciale Filcem: «Saliranno con noi sul treno speciale, perché la fabbrica non si sposta da sola».
Approfondimenti:


















































































