Paul Krugman La coscienza di un liberal

Paul Krugman La coscienza di un liberal

Editore: Laterza – Edizione:2008 – Pag.309 – Euro:18,00

Dopo i segnali incoraggianti del 1989, il capitalismo autoritario si é mostrato solido in Cina e Russia. E gli stessi Stati Uniti hanno rischiato il tracollo della libertà. Il futuro non è nel PIL, ma nel tipo di persone che abitano ed interpretano il mondo”

Paul Krugman, a Trento parla di economie di mercato e ideologie, non risparmia fendenti ai potenti del pianeta. Un mondo dove in futuro «le maggiori potenze potrebbero non essere democratiche».

Putin? «Come Augusto. Ha capito importanza di nomi e simboli e può permettersi di tutto, persino di diventare imperatore». Bush? «Un incubo. L’incompetenza della sua amministrazione e il fallimento delle sue politiche hanno portato molto vicino alla crisi la democrazia negli Stati Uniti».

Per l’economista di Princeton, il neokeynesiano che Tito Boeri presenta al Festival come «uno dei pensatori più influenti» del nostro tempo, «non è garantito che la crescita economica porti allo sviluppo della democrazia». E «non c’è nulla di meccanico, non c’è un rapporto causa effetto tra il progresso tecnologico ed economico e la crescita democratica».

Gli esempi non mancano: «La Russia ha raddoppiato il suo Pil ma non è certo diventata democratica». La Cina, il cui Pil pro-capite secondo alcune proiezioni potrebbe essere in vantaggio su quello degli Stati Uniti già intorno al 2020, «ha avuto un crescita straordinaria senza diventare una democrazia» e insieme al Paese di Putin è il classico esempio di «capitalismo autoritario». Ma che dire degli Stati Uniti, «usciti con grande sforzo da una situazione di grande difficoltà», quando nel 2002-2003 si è assistito «all’abbandono delle regole democratiche, all’imbavagliamento della stampa, alla politicizzazione della giustizia. Con una risposta di Bush al terrorismo più attenta al potere che alla sicurezza dei cittadini».

Tutti segnali, in definitiva, «di fragilità della democrazia» che «non va mai data per scontata e va protetta». La democrazia «porta più libertà e permette di proteggere meglio i cittadini più deboli». Ma non sta scritto da nessuna parte, osserva l’economista ed editorialista del New York Times, che «le economie di mercato siano più democratiche». Non è la ricchezza che fa sviluppare le economie, per Krugman, «ma il contrario». Anche se il successo dei Paesi democratici «può essere trainante», riconosce facendo il caso oltre che degli Usa anche dell’Europa: «I vantaggi veri dati dall’Unione è che per aderirvi bisogna essere democratici».

Della globalizzazione non bisogna avere paura e «si deve provare a ridurre le preoccupazioni dei cittadini» che vengono raccolte e interpretate con un certo «catastrofismo» da una parte della politica. «Il mondo è stufo degli economisti che lodano il libero scambio, è vero, ma non vedo segni drammatici di ritorno al protezionismo». Per battere quest’ultimo, dice, «ci vorrebbero le democrazie sociali, reti di tutela sul modello di Svezia e Danimarca».

Il Libro in breve

«Credo in una società relativamente egualitaria, supportata da istituzioni che limitano gli eccessi di ricchezza e povertà.

Credo nella democrazia, nelle libertà civili e nello Stato di diritto. Tutto questo fa di me un liberal, e ne vado orgoglioso».

Una critica radicale dell’America nell’analisi dell’editorialista del “New York Times”.

Molte cose sono andate storte in America negli ultimi trent’anni. E finalmente se ne sono accorti anche gli americani.

Franklin Delano Roosevelt aveva traghettato una nazione prostrata dalla crisi verso la ripresa economica, politica e sociale.

Grazie a lui gli Stati Uniti del dopoguerra poggiavano su forti valori democratici e egualitari, incarnazione di una società di ceto medio dove il boom dei salari aveva elevato milioni di americani dalla povertà a una vita agiata. Poi le cose sono precipitate. Paul Krugman non usa mezzi termini.

L’America forte, egualitaria e progressista non c’è più, spazzata via dalle politiche conservatrici.

«I molteplici fallimenti dell’amministrazione Bush sono il risultato di un governo in mano a un movimento che si dedica ad attuare politiche contrarie agli interessi della maggioranza, e che deve tentare di compensare questa debolezza intrinseca con l’inganno, i diversivi e la munificenza nei confronti dei propri sostenitori».

La coscienza di un liberal non è solo un atto di accusa.

È un programma per il cambiamento.

Per un nuovo New Deal (1) che dia impulso a una democrazia vitale e competitiva.

Indice
1. Come eravamo – 2. La «lunga età dell’oro» – 3. La «Grande Compressione» – 4. La politica dello Stato sociale – 5. Gli anni Sessanta: una prosperità travagliata – 6. La destra ultraconservatrice – 7. La «Grande Divergenza» – 8. La politica della disuguaglianza – 9. Armi di distrazione di massa – 10. La nuova politica dell’uguaglianza – 11. L’imperativo sanitario – 12. Combattere la disuguaglianza – 13. La coscienza di un liberal – Note – Ringraziamenti – Indice analitico

Approfondimenti:

L’autore: PAUL KRUGMAN:
Insegna Economia e Relazioni Internazionali all’Università di Princeton e alla London School of Economics. È opinionista ed editorialista del “New York Times”. Ha in precedenza insegnato presso l’Università di Yale, il MIT e l’Università di Standford. La sua attività di ricerca si è concentrata sul commercio internazionale, sulla finanza, sulle currency crisies . È considerato uno dei fondatori della “new trade theory”. Membro di numerosi comitati e associazioni scientifiche, ha prestato attività di consulenza per la Federal Reserve Bank, per la Wordl Bank e il Fondo monetario internazionale.

Paul Krugman – Festival dell’economia di trento:

“ATTENTI, IL MERCATO PUÒ ESISTERE ANCHE SENZA DEMOCRAZIA”

Rassegna Stampa

“Regole, non statalismo Così tornerà la fiducia”

“C‘era una volta l’America”

“boom è solo apparente”

“Protesta con cattiva coscienza”

Note:

1) il New Deal

Il crollo della borsa a seguito della crisi economica del 1929, squalificarono di fronte all’opinione pubblica americana, gli ambienti capitalistici che durante gli “anni ruggenti” erano stati esaltati per il loro spirito d’iniziativa.

Questa sfiducia si abbatté anche sul Partito Repubblicano che era il maggior rappresentante del mondo capitalista; quindi, alle elezioni del 1932 il Partito Repubblicano venne sconfitto da quello Democratico, rappresentato da Franklin Delano Roosevelt, che fu sostenuto soprattutto dai lavoratori.

Il patto che Roosevelt presentò agli americani, il New Deal, non si inspirava ad una precisa dottrina economico politica, ma all’interno di questo programma ci furono degli importanti punti fermi:

1. La decisione di affrontare la crisi tramite l’intervento dello Stato;2. L’impegno a dirigere le attività economiche e a mediare i contrasti di classe per dimostrare la compatibilità tra sistema capitalistico e regime democratico.

Tramite il Brain Trust, cioè un gruppo di collaboratori competenti, durante il primo periodo della sua presidenza mise in atto una serie di provvedimenti, inspirati alle idee di Keynes:

1. Per ridurre la disoccupazione, il governo promosse una vasta serie di lavori pubblici (costruzione di case, strade, ponti, opere pubbliche) e fondò un Corpo Civile per la Conservazione della Natura che impiegò circa 3 milioni di giovani in opere di rimboscamento.

Fondò, inoltre, la famosa Tennessee Valley Authority, che in circa venti anni portò a termine i lavori di sistemazione della valle del Tennessee, costruendo dighe e centrali per fornire energia elettrica a costi più bassi di quelli praticati dalle industrie private;

2. Concesse dei sussidi agli agricoltori perché diminuissero la produzione o perché distruggessero una parte del raccolto, per evitare una caduta dei prezzi;

3. Affidò all’Ente Nazionale per la Ripresa Industriale il compito di stimolare il rilancio industriale e di formulare un “codice dei concorrenza leale” per mantenere i prezzi ad un livello adeguato. Dall’altra parte le aziende dovevano dare ai lavoratori un minimo salariale e non dovevano aumentare il numero pattuito d’ore lavorative per settimana;

4. Per trovare i fondi necessari a questa nuova politica, fondata sull’espansione della spesa statale, si ricorse all’aumento del debito pubblico: si accettò il deficit statale non pretendendo più il pareggio ad ogni costo; si stampò più carta moneta in rapporto alla quantità di riserve auree, creando un’inflazione controllata che svalutò il dollaro ma permise una più facile esportazione.

Tamponati gli aspetti più pericolosi della crisi, dal 1935 venne creato un programma di riforme per consolidare questo sistema.

La legge sulla sicurezza sociale fissò consistenti indennità per la disoccupazione, l’invalidità e la vecchiaia.

Una riforma fiscale rese fortemente progressive le imposte sui redditi e rese più difficoltosa l’evasione fiscale.

La legge sui rapporti di lavoro riconobbe giuridicamente i sindacati.

Ma se inizialmente il New Deal era stato accettato da tutti come l’unica soluzione alla crisi, le riforme successive incontrarono una forte opposizione nell’ambiente capitalistico che, per salvaguardare i propri interessi, accusava il presidente di autoritarismo e di concessioni al collettivismo.

Nonostante ciò Roosevelt venne rieletto nel 1936, ma nel 1937, mentre il governo restringeva la spesa pubblica per non aumentare troppo il deficit dello Stato, l’ostilità dei capitalisti si manifestò in un cosiddetto “sciopero bianco del capitale” che consistette in un decremento degli investimenti: ne seguì una ripresa della disoccupazione per far fronte al quale il governo, ricorse nuovamente all’espansione della spesa pubblica.

Nel 1938, la politica del New Deal, può considerarsi conclusa.

Infatti, le minacce del nazismo e dell’imperialismo nipponico, indussero il governo a moltiplicare le spese per gli armamenti, che da sole riuscirono a far superare la crisi, tanto che la disoccupazione sparì velocemente.

Roosevelt venne rieletto nel 1940 e nel 1944 e tenne la presidenza fin quasi al termine della Seconda Guerra Mondiale: morì, infatti, il 12 aprile del 1945, alla vigilia della vittoria sul nazismo.L’interpretazione Keyneysiana.

Uno studio approfondito della crisi del ’29, venne effettuato da uno dei più brillanti economisti del secolo: John Maynard Keynes nel suo libro “La teoria generale dell’occupazione, dell’ interesse e della moneta”.Secondo la sua tesi, la depressione nasce a causa della riduzione degli investimenti nell’economia che si riflette nella riduzione della produzione dei beni strumentali.

Di conseguenza, ne deriva una minore occupazione e un minor consumo da parte di coloro che percepiscono reddito.

Di seguito peggiorano le prospettive di guadagno di altri gruppi di imprenditori e, quindi, l’incentivo ad investire.

Avviene una diminuzione dei consumi e tramite una serie a catena, la situazione tende a peggiorare.

In particolare, gli imprenditori non trovano conveniente utilizzare in investimenti i risparmi monetari di coloro che percepiscono un reddito. Il nodo della crisi risiede, appunto, in questa discordanza tra le decisioni dei percettori di reddito, che non ritengono conveniente consumare, ma anche che non investono direttamente; e quelle degli imprenditori che non ritengono conveniente utilizzare il denaro per aumentare i loro investimenti.

A questo punto deve intervenire lo Stato, per cercare di arrestare il processo. Ciò può avvenire tramite una spesa pubblica che, se effettuata tempestivamente, può invertire la tendenza, mantenendo stabili i prezzi. Dopo di che termina l’intervento dello Stato.

In conclusione, Keynes sostiene che l’intervento dello stato deve essere limitato nel tempo e basato su un programma di spesa pubblica, o finalizzato a contenere la domanda.

Bilancio del New Deal:

Com’è facile immaginare, la politica di Roosevelt cambiò alcuni dei fondamentali della civiltà americana.

Il fattore più evidente, è la scomparsa delle tesi del liberismo, introducendo la pratica dello “Stato assistenziale” (Welfare State), non solo in America, ma in molti paesi capitalisti.La ripresa economica che era tra gli obiettivi del presidente, fu attuata in buona parte, ma non fu raggiunto il pieno impiego della manodopera, cosa che avverrà solo con il riarmo, che non apparteneva, però, alla logica di Roosevelt.

Fu conseguita in misura notevole la ridistribuzione dei redditi e venne allargata e tutelata la libertà dei sindacati, assieme a quella politica, tanto che gli Stati Uniti divennero il rifugio di molti intellettuali durante la persecuzione nazista e fascista (Albert Einstein, Thomas Mann, Enrico Fermi, Sigmund Freund, Bertold Brecht, Gaetano Salvemini,ecc.).

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