Il Cruscotto Economico

Enrico Berlinguer ,un maestro di vita per la mia generazione

Berlinguer

Enrico Berlinguer (Sassari, 25 maggio 1922 – Padova, 11 giugno 1984)

Enrico Berlinguer ,un maestro di vita per la mia generazione.

La foto ritrae Enrico Berlinguer in visita lo stabilimento FIAT di Mirafiori il 26 settembre 1980.

Nel corso dei 35 giorni di blocco ai cancelli FIAT, durante la visita a Mirafiori di Enrico Berlinguer, segretario del PCI, ai lavoratori in lotta, un delegato FIM, Liberato Norcia gli chiede cos’è disposto a fare il partito comunista se i lavoratori occupano la fabbrica?

«Berlinguer disse: che se gli operai occupavano la fabbrica il suo posto era accanto a loro»

E DOVE DOVEVA STARE IL PARTITO DEI LAVORATORI?

Da li a poco ci sarebbe stata la marcia dei quarantamila.

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Paolo Fontanelli: Appunti per il rinnovamento del PD

Fonte: sito dell’on. Paolo Fontamelli

04/07/2009

Appunti per il rinnovamento del Partito Democratico

Fontanelli: ”un partito strutturato e legato al territorio, con un leader forte ma anche una dirigenza significativa”.

La domanda con cui Paolo Fontanelli apre la serata numero tre di Santa Croce in Fossabanda, dedicata al futuro del Partito Democratico è volutamente provocatoria: «Il PD è ancora utile per l’Italia e i suoi cittadini?».

O, detto in altri termini, «non è il momento d’interrogarsi sul serio su che cosa finora non ha funzionato nel progetto del nostro partito e su come, da qui in avanti, renderlo sempre più adatto e capace d’interpretare i bisogni del Paese?».

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PD: Il fascino sottile della scissione

Il fascino sottile della scissione di Antonio Polito

Fonte: Il Riformista

La battaglia interna al Pd

Con la discesa in campo degli strateghi – ieri Veltroni, domenica D’Alema – i due campi di Agramante della battaglia interna del Pd sono schierati. Non c’è rimasta molta terra di mezzo, e il terzo uomo latita non solo per mancanza di coraggio, ma anche di spazio politico.

Già così, sarà uno scontro sanguinoso. Qualcuno pensa che lo sarà anche troppo.

In ogni caso sarà troppo lungo. Quattro mesi così ucciderebbero un bue. Quattro mesi in cui i capi del Pd saranno chiamati in tv per parlar male l’uno dell’altro, più che per parlar male dell’avversario politico. Si fanno spesso paragoni con le primarie americane: lì lo scontro ha fatto bene al partito democratico, si dice. Ma la sfida tra Obama e Hillary era innanzitutto un attacco congiunto a Bush. Si sceglieva chi poteva batterlo meglio. Al centro c’entra la sorte degli Stati Uniti. Qui al centro sembra essere solo la sorte del Pd.

Per questo mi ha molto colpito l’uscita della Serracchiani.

Non tanto perché definisce Franceschini simpatico, Bersani vetusto, e D’Alema il male assoluto. De gustibus.

Mi ha colpito perché rivela, con l’ingenuità della neofita, il veleno che si è introdotto nel corpo del Pd. È il «noi» contro «loro».

La separazione antropologica. Noi il Pd, gli altri no.

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Il Lingotto 27 Giugno 2009 “Alla ricerca della Terza Via”

Alla ricerca della Terza Via

Intervento di Ignazio Marino

Intervento di  Pierluigi Bersani

Intervento di Giuseppe Civati

Intervento di Giovanna Melandri

Intervento di Debora Serracchiani

PD: Rutelli “nuovo inizio”

Fonte: Il Foglio.it

Nei suoi venti mesi di vita, il Partito Democratico ha amministrato ciò che aveva ereditato, piuttosto che imporre una nuova visione e nuove proposte di riforma per il futuro dell’Italia.

Persino più grave della perdita di milioni di voti, appare l’incapacità di presentarsi all’intera società come alternativa credibile a una Destra che, intanto, ha continuato a radicarsi.

Il PD è nato per risolvere la crisi di un’ingovernabile Unione di centrosinistra; perché le tradizioni democratiche italiane – incluse quelle della sinistra riformista – puntassero al cuore, al centro della nostra società, per sconfiggere il populismo di destra e guidare una coalizione che non subisse il condizionamento delle tendenze minoritarie di sinistra (conservatrici, demagogiche, giustizialiste).

Una minaccia pesa sul prossimo congresso del PD: che sia una battaglia per prevalere nella ricerca dei consensi interni. Occorre invece dar vita ad un progetto appassionante e convincente che prepari la strada per la prossima maggioranza democratica nel paese.

Liberi Democratici
In Italia, questo è il momento delle riforme. Ad una crisi strutturalmente profonda debbono corrispondere riforme strategiche, se vogliamo che il paese riparta una volta terminata la recessione.

Affrontare la crisi con il consenso popolare è difficile per tutti, nel mondo; per la complessità delle sfide, per la molteplicità degli attori in campo, per il moto incessante e veloce dei cambiamenti globali. In Italia è molto difficile varare le profonde riforme necessarie (non meno che applicarle e controllarne l’attuazione). I governi di destra, pur avendo ottenuto maggioranze ampie, finora non l’hanno fatto; senza dare giudizi negativi su tutti i provvedimenti, è evidente l’assenza di una strategia per uscire dalla spirale che inchioda l’Italia ad una crescita vicina allo zero.
Compito dei democratici è costruire il consenso delle vaste forze sociali che trarrebbero vantaggio dalle riforme, a partire dal Nord del paese, e sconfiggere i conservatori.

Se la politica, come ha scritto Hannah Arendt, è “la facoltà di dare inizio”, questo in effetti dovrebbe essere il PD: un nuovo inizio. Raccogliere valori e ideali che, con il trascorrere del tempo, restano forti; ma sbarazzarsi dei lasciti che strangolano. Fare della minoranza di oggi l’artefice della maggioranza democratica di domani.

La porta d’ingresso dei cittadini alla politica è chiusa. Se prima esistevano partiti popolari che, nei momenti migliori, si aprivano alla società e promuovevano nuove classi dirigenti, oggi la sfiducia sembra impermeabile; il cittadino è, al massimo, uno spettatore vivace dell’arena pubblica. Ma il tesoro futuro della politica sta proprio tra le persone che oggi non la cercano. Dobbiamo far emergere nuove energie: tra gli imprenditori, le donne (ancora troppo escluse dal lavoro), i giovani, i professionisti e i dirigenti (a rischio di precarietà), i lavoratori senza tutele, le classi creative. Tra i molti anziani che desiderano una vecchiaia attiva. Dalla massa ancora disorganizzata dei consumatori.

L’Italia deve riprendere a crescere [...]

Parte decisiva dell’innovazione è la trasformazione verde del paese [...]

Secondo alcuni, a sinistra, è sbagliato prendere di petto le politiche per la sicurezza [...]

La crescita dell’Europa è ancora una volta decisiva per la crescita dell’Italia [...]

Non c’è, però, riforma delle istituzioni senza ripristino dell’onore della politica [...]

Quando è nato il PD, non era scritto che i Democratici americani avrebbero aperto una nuova stagione. Né che la sinistra europea sarebbe stata sopravanzata e messa in crisi dalle destre. Avere incrociato la novità di Obama e la storica fine dell’autosufficienza della socialdemocrazia nel nostro continente sottolinea ancora l’opportunità e il valore del nuovo inizio democratico in Italia. Ma non ci dà alcuna rendita di posizione; siamo arrivati al bivio: tra un partito che si accomodi ad essere per lungo tempo minoranza, e un partito che si batte per formare un’alleanza credibile ed essere maggioranza, conquistando milioni di voti andati al centrodestra, alla protesta, alle astensioni.

Per fare le riforme indispensabili. Per rendere alla politica l’onore smarrito. Per sfidare la destra senza odio. Sul campo delle proposte e delle migliori soluzioni per l’Italia.

PD: D’Alema si innervosisce….

Fonte: L’Unità

D’Alema: “Sbagliato accusare gli apparati, così finiamo male”.

D’Alema non sembra gradire il tono del dibattito nel Pd e non nasconde la sua irritazione per le critiche ai vecchi apparati evocate dalllo schieramento che fa capo a Franceschini.

Non ci sono stati complotti, dice in pratica l’ex vicepremier, e non sono questi la causa delle sconfitte o il freno al partito. Il Pd – ha detto – è passato in questo anno e mezzo per «due disastrose sconfitte politiche» ed «è chiaro che se poi queste sconfitte non possono che essere frutto di un complotto interno, della barbarie dell’apparato il confronto si avvelena». L’ex vicepremier ha detto queste cose durante un convegno alla Sala del Refettorio.

D’Alema ha invitato a «fare i conti con la storia» sottolineando che se si dà la colpa di non aver raggiunto il 40% dei consensi auspicato da Eugenio Scalfari «agli apparati cattivi, non c’è discussione politica ma solo la ricerca della via per eliminare i cattivi e si finisce male». Riferimento evidente alle parole di Debora Serracchiani diventata la bestia nera di una parte del Pd e anche a quelle espresse a più riprese da Walter Veltroni, secondo cui aver scientificamente, giorno dopo giorno, lavorato per indebolire la leadership ha fatto molto male al Pd.

Tutte le parole di D’Alema di oggi sembrano una risposta alle tesi dell’area Freanceschini. «Spero che il pd rinasca come partito dandosi delle regole da partito». invece, il suo «impianto costitutivo tradisce l’impronta culturale dell’antipolitica», «Dobbiamo andare a un congresso fondativo che liberi questo partito che è stato progettato sul modello del leaderismo plebiscitario», sottolinea.

03 luglio 2009

Approfondimenti:

D’Alema: «Mi sento umiliato nel leggere la stampa estera»

Congresso pd, D’Alema all’attacco “Basta leaderismo plebiscitario

Veltroni: “Senza vocazione maggioritaria il Pd non esiste”

“Senza bipolarismo si va verso l’inferno, il Paese ha bisogno di stabilità”

Fonte: Repubblica.it

Tavola rotonda dell’ex segretario con Serracchiani, Sassoli e Chiamparino.Il sindaco di Torino: “Non faccio parte di nessuna delle squadre in corsa”.

“L’ambizione giusta per il Pd è la vocazione maggioritaria: o c’è la vocazione maggioritaria nel Pd o non c’è il Pd”.

Usa parole chiare Walter Veltroni, nel suo discorso in chiusura della manifestazione “Il Lingotto 2 anni dopo”, definendo “paradossale” che si metta in discussione la vocazione maggioritaria del partito.

E insiste: “Abbandonare il bipolarismo e tornare ai governi di coalizione che fanno i partiti dopo il voto significa imboccare la strada dell’inferno. Il rifiuto del bipolarismo è la tomba del riformismo, perché l’Italia ha bisogno di stabilità”.

Presentando il suo rientro sulla scena politica dopo mesi di silenzio, Veltroni aveva avvertito: “Non aspettatevi la nascita di una corrente”.

Oggi pomeriggio l’ex segretario democratico ha organizzato una tavola rotonda che ha voluto chiamare “La nuova Italia dei democratici”.

A due anni dal Lingotto Veltroni si è ritrovato al fianco di molti volti “nuovi” (Francesca Barracciu, il neoeuroparlamentare David Sassoli, Debora Serracchiani) e nomi noti come quello di Sergio Chiamparino. In una Roma travolta dal nubifragio pomeridiano: un fulmine blocca l’audio della sala, proprio mentre parla il sindaco di Torino.

Uno striscione ha accolto Veltroni: “Bentornato Walter”. In sala vi sono alcuni dei volti nuovi portati in politica da lui, come Massimo Calearo, Achille Serra e Marianna Madia, nonchè altri parlamentari da sempre vicini all’ex segretario del Pd. In sala anche Silvio Sircana, che fu portavoce di Romano Prodi nonchè diversi parlamentari ex Ds, come Giovanna Melandri, Luigi Nicolais, Roberta Pinotti, Marina Sereni e Cesare Damiano. Tra i rutelliani spiccano Roberto Giachetti, Luigi Zanda e Paolo Gentiloni, che è uno dei relatori.

La tavola rotonda arriva il giorno dopo la presentazione ufficiale di Pierluigi Bersani e in attesa che Dario Franceschini renda nota la sua idea di un partito che porterà al congresso e che punta a guidare.

Oggi, dopo le polemiche suscitata da una sua intervista a Repubblica, la Serracchiani ha smussato i toni delle sue affermazioni, riconfermando il suo appoggio a Franceschini: “Si è dimostrato coraggioso, innovatore anche in quello che ha detto quando ha deciso di candidarsi”. E ancora, dal palco: “No al partito degli ex”. Al fianco di Franceschini si schiera anche l’ex segretario Ds, Piero Fassino: “Franceschini vuole scommettere sull’innovazione in ogni campo, non nuovismo mediatico dell’ultima ora. Per questo non basta proporre quello che si è fatto fin qui, serve coraggio”.

Chi invece resta alla finestra è Chiamparino. Dopo aver rinunciato a candidarsi, il sindaco di Torino, si chiama fuori dalla sfida: “Non faccio parte di nessuna delle due squadre in campo. Il mio unico impegno attivo nel partito adesso è a livello locale, per la piattaforma attorno all’attuale segretario regionale. L’anno prossimo abbiamo le regionali e più si è uniti meglio è”.

Ancora da capire le intenzioni dei ‘quarantenni’ del Lingotto. Volevano Chiamparino e non ci sono riusciti. Ma non rinunciano all’idea di scendere in campo. magari puntando su Giuseppe Civati, giovane dirigente del Pd lombardo conferma di stare “lavorando alla terza soluzione. E questa terza soluzione ci sarà. E nei prossimi giorni questa proposta si manifesterà, in associazione con la nostra campagna di adesione, che abbiamo chiamato ‘Contiamoci!’” in programma l’11 luglio.

Approfondimenti:

L’Unità : Veltroni, “Io sono fuori”

D’Alema successo bancario «Non sono venuti per me»

Fonte:Il Riformista

di Marco Ferrante

La riunione promossa ieri dalla fondazione ItalianiEuropei ha funzionato.

Il centrosinistra doveva dimostrare di avere ancora una capacità di contare nella fase del dibattito e Massimo D’Alema è ancora il politico della sua parte preferito dagli uomini del mondo economico e finanziario, perché come dice una persona informata dei fatti «è ancora il più intelligente, e nel nostro mondo l’intelligenza politica piace, ha un retrogusto che sorprende sempre quelli come noi che non hanno mai visto una sezione di partito».

Il parterre era nutrito. Da Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, a Tommaso Padoa-Schioppa, ministro dell’Economia nel secondo governo Prodi, da Fabrizio Palenzona, potente vicepresidente di Unicredit, a Massimo Pini, vicepresidente di Fondiaria e uomo che spiega Roma al gruppo Ligresti. C’era Giuseppe Mussari, capo di Mps, il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli (con aspirazioni – si dice – bancarie) e il presidente della Bnl Luigi Abete, che invece continua a essere giudicato dagli osservatori un uomo dalla perenne tentazione per la politica.

Defilata e autonoma la posizione in questa fase di Corrado Passera, capo esecutivo di Intesa Sanpaolo, ieri non c’erano uomini della prima banca italiana. Ma c’era Pietro Modiano, vicino a Giovanni Bazoli, da alcuni mesi a capo della bresciana Carlo Tassara, un incarico voluto proprio dal presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo.

Si dice che la rinuncia di Enrico Letta alla corsa alla segreteria, e l’alleanza con Pierluigi Bersani, sia il risultato di una più larga cordialità tra D’Alema, Romano Prodi e Giovanni Bazoli, i quali ultimi avrebbero scelto di scommettere sulla maggiore robustezza di Bersani rispetto a Franceschini, anche perchè la candidatura Bersani non impegna sulla scelta del futuro candidato alla presidenza del Consiglio.

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“Il Pd non puo’ essere abbandonato ai suoi attuali leader”

 

1 luglio 2009

“Il Pd non puo’ essere abbandonato ai suoi attuali leader”

Ecco il manifesto congressuale del terzo uomo, parla Ignazio Marino

Testamento biologico, diritti civili, meritocrazia e laicità. Una requisitoria che vale come una candidatura.

Come molti ragazzi della mia generazione preparavo gli esami di medicina in compagnia di un mito, un medico anche lui, Che Guevara, il cui sguardo spiccava sul poster appeso nella mia camera. Crescendo ho affiancato a quella immagine la foto di Enrico Berlinguer con i capelli scompigliati dal vento, pubblicata sulla prima pagina dell’Unità quando morì. In quegli stessi anni in cui si formava la mia coscienza di adulto, attraverso l’educazione familiare e lo scoutismo consolidavo le mie convinzioni di credente su principi che non escludevano la partecipazione al fermento sociale degli anni Settanta. Tempo dopo, vivendo e lavorando negli Stati Uniti, mi sono ritrovato a curare con il trapianto il fegato decine di veterani del Vietnam che si erano ammalati di epatite durante la guerra. Dai drammatici racconti di quei soldati contro i quali avevo manifestato da ragazzo, e dalle loro sofferenze di uomini, ho compreso meglio le responsabilità della politica, le colpe di governi che non esitano a manipolare la realtà e a privare della felicità le persone che, in genere, aspirano ad una vita serena e onesta.

Il mondo è cambiato negli ultimi quarant’anni con una rapidità sconosciuta in precedenza: nel 1969 esistevano solo quattro computer collegati in una rete tra altrettante università americane. Oggi le persone che accedono a Internet sono più di un miliardo e gli studenti forse non sanno nemmeno cosa sia un poster perché scaricano le immagini dei loro miti dalla rete e le condividono con gli amici su Facebook. Però non è cambiata la loro aspirazione a costruire insieme un mondo migliore.

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Il PD è senza intellettuali organici.

L’identità è frutto di una nuova visione delle cose e di fatto è una elaborazione intellettuale.

Il Post che segue, cercherà di spiegare quattro concetti:

1 – Chi è politico

2- Populismo

3- Egemonia

4 – Intellettuale organico

Chi è Politico.

Secondo Max Weber ci sono due tipi di politici di professione, “ quello che vive di politica” nel senso che da essa trae il sostentamento economico per vivere ( i professionisti), e chi “ vive per la politica” i militanti di base quelli che dedicano tempo all’attività politica, ma hanno altre entrate per il loro sostentamento economico ( Max Weber: La politica come professione. La scienza come professione).

Quindi secondo Weber entrambi i soggetti indipendentemente dalla fonte di sostentamento sono politici di professione, in sostanza politicamente sono sullo stesso piano.

Populismo.

Spesso quando i nostri leader parlano fanno riferimento alla parola “populismo”, ma da un pò di tempo per i politici che vivono di politica ( i professionisti), questo termine ha assunto un aspetto negativo e contraddittorio.

Infatti non di rado, e l’ultimo in ordine di tempo è Bersani che afferma “ voglio fare un partito di popolo” , tradotto: un partito che guarda alle istanze che provengono dal popolo (dal basso).

Ma nello stesso tempo sempre i nostri leader (Bersani compreso) contrattaccano gli avversari tacciandoli per populisti. Insomma gli rimproverano di dare troppa importanza alle pretese del popolo.

La devianza del termine come scrive G. Sartori sul Corriere della sera del 02 Ottobre 2007 crea grosse ambiguità e contraddizioni

Scrive G. Sartori: ( leggi articolo completo)

[...] la trinità democrazia- populismo-demagogia. Si tratta di una trinità perché queste nozioni hanno la stessa testa: la parola demos in greco, populus in latino, e popolo in italiano. Ma questo fatto non le rende sinonimi. Demagogia è l’arte di trascinare e incantare le masse che, secondo Aristotile, porta alla oligarchia o alla tirannide. In ogni caso, il termine indica un agire e un «mobilitare» dall’alto che non ha nulla da spartire con la democrazia come potere attivato dal basso. Il termine populismo è molto più recente e ci arriva dalla Russia, dove fu coniato alla metà dell’Ottocento per indicare una rivoluzione dei contadini (fermo restando che la parola narod sta, in russo, per popolo). [...] Così la teoria della democrazia continuò a usare, per indicare una degenerazione o una minaccia alla democrazia, la parola demagogia. Poi, d’un tratto, da una ventina d’anni, diventa di moda «populismo». Perché? Non sono ancora riuscito a capirlo. Intanto offro la mia interpretazione e relativa proposta. Concettualmente è irrilevante che il populismo sia nato «agrario». Concettualmente è importante, invece, che denoti una genuina democrazia «immediata » che nasce dal basso e che, per questo rispetto, è l’esatto contrario di demagogia. Pertanto il populismo così definito (si sa che io sono un maniaco delle definizioni) ha la forza di essere una democrazia embrionale genuina, ma al contempo la terribile debolezza di incarnare un infantilismo politico (direbbe Lenin) incapace di costruire alcunché. Le sue proposte «al positivo» sono, appunto, puerili e inconsistenti.[...].

Egemonia.

E’ stato Antonio Gramsci a dare alla parola egemonia un senso specifico di “capacità di direzione della società” fondata sulla convinzione delle masse che i valori difesi da un gruppo egemonico sono valori universali.

Il potere politico assieme a tutte le altre forme di potere e d’autorità nella società deve essere sempre sostenuto, per essere efficace, da un’egemonia.

Naturalmente vi possono essere dei poteri senza egemonia, dittature o regimi imposti dall’occupante, o egemonie senza potere, ad esempio la presunta egemonia culturale dei comunisti in Italia negli anni Sessanta e Settanta.

Nella lunga durata comunque prevale il potere che rappresenta una reale egemonia di un blocco storico di interessi.

Le egemonie si svuotano quando cessano di essere attuali.

Quindi per avere potere bisogna creare egemonia, l’egemonia per essere democratica deve essere sorretta dai più che di fatto è la maggioranza del popolo.

Di chi è il compito di creare Egemonia?

L’intellettuale Organico.

Ragioniamo e riprendiamoci il ruolo di politici e di intellettuali “organici”.

E’ un errore guardare al popolo?

Quale connessione, ci deve essere fra popolo e politica al fine di creare egemonia?

Vediamo cosa ci dice sempre Gramsci in merito:

“L’errore dell’intellettuale consiste “nel credere” che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere) cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo,scientificamente e coerentemente elaborata, il “sapere”; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione.” (A.Gramsci Q.11)

Come avete potuto leggere per Gramsci, fra intellettuale organico e popolo ci deve essere una fusione un tutt’uno non c’è scissione pena il fallimento della politica e del blocco egemone.

Ma perché i nostri leader parlano di popolo e di populismo indifferentemente e in maniera contraddittoria.

Il perché va ricercato nella forzatura di Togliatti al termine di intellettuale organico che era per Palmiro funzionale e sottomesso al partito.

Per Palmiro l’intelletuale organico doveva solo ratificare ex-post le decisioni prese da altri ( il partito) giustificandole in base alla situazione data.

Ora non è scopo di queste poche righe analizzare il perché di Togliatti a questa forzatura del pensiero Gramsciano fra l’altro chiaro.

Diciamo che erano anni contraddittori e nel PCI convivevano rivoluzionari e moderati. L’intento primario era di tenerli uniti al fine di avere una forza egemone che si contrapponesse democraticamente agli apparati dello stato come massa critica.

Purtroppo anni di cattiva prassi, anche se giustificata fino alla fine degli anni settanta , ad oggi il perseguimento di quella prassi produce una disconnessione fra base e partito, partito che è gestito e organizzato da politici di professione, che sono senza egemonia.

Visti i risultati ottenuti alle elezioni, si potrebbe dire: che  i politici di professione del PD hanno perso il loro ruolo di intellettuali organici, si sono disconnessi dal popolo.

PS.

Quanto scritto in questo post è l’opinione personale dell’Amministratore del sito.

UN’ ANIMA PER IL PD,” La sinistra e le passioni tristi”.

Fonte: Europa

Il Partito democratico? Una famiglia allargata

Il libro di Manconi in cerca di un’identità non ideologica e non retorica
Un’identità non identitaria, non ideologica e non retorica, cioè un’identità da partito grande, un altro modo di declinare la “vocazione maggioritaria”, una ricetta per sanare le ferite dei nostalgici dell’era dell’Ulivo, un “partito famiglia allargata”.

Lo descrive proprio così Luigi Manconi nel suo ultimo libro Un’anima per il Pd – (Nutrimenti, 12 euro).

La famiglia allargata, scrive con piglio da sociologo, «si affida a una struttura portante multipla, dove non c’è una esclusiva autorità paternale e una sola figura di capofamiglia, ma più soggetti e più ceppi parentali, che si intrecciano e si integrano; dove, dunque, i legami familiari sono maggiormente articolati, meno stretti ma non per questo meno intensi e dove si incontrano individui e relazioni e affetti che liberamente si aggregano; dove convivono generazioni successive, provenienti da famiglie diverse e da percorsi non uniformi. Continua a leggere ‘UN’ ANIMA PER IL PD,” La sinistra e le passioni tristi”.’

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