
IL CIRCOLO DI BIENTINA AUGURA BUONE FESTE A TUTTI.

IL CIRCOLO DI BIENTINA AUGURA BUONE FESTE A TUTTI.

Enrico Berlinguer (Sassari, 25 maggio 1922 – Padova, 11 giugno 1984)
Enrico Berlinguer ,un maestro di vita per la mia generazione.
La foto ritrae Enrico Berlinguer in visita lo stabilimento FIAT di Mirafiori il 26 settembre 1980.
Nel corso dei 35 giorni di blocco ai cancelli FIAT, durante la visita a Mirafiori di Enrico Berlinguer, segretario del PCI, ai lavoratori in lotta, un delegato FIM, Liberato Norcia gli chiede cos’è disposto a fare il partito comunista se i lavoratori occupano la fabbrica?
«Berlinguer disse: che se gli operai occupavano la fabbrica il suo posto era accanto a loro»
E DOVE DOVEVA STARE IL PARTITO DEI LAVORATORI?
Da li a poco ci sarebbe stata la marcia dei quarantamila.
Continua a leggere ‘Enrico Berlinguer ,un maestro di vita per la mia generazione’
Domanda: Dott. Marx cosa ne pensa del posto fisso rilanciato da Tremonti?
La questione non è il posto fisso. Ma i rapporti sociali ed economici di produzione…
“Il titolare di un posto fisso, è soltanto un fesso, che si illude di avere un posto fisso… Dal momento che il plusvalore che produce continua a finire nelle tasche del capitalista…”

In Italia è salito il numero delle famiglie in affanno: nel 2008 il 17% ha avuto molte difficoltà ad arrivare a fine mese.
Così risparmiare a tavola, su abiti e riscaldamento è diventato necessario per tanti. È questa la fotografia scattata dall’Istat sulle condizioni di vita e sul reddito degli italiani nel 2008.
Secondo l’indagine più di una famiglia su 10 lo scorso inverno è rimasta al freddo, non potendosi permettere di riscaldare sufficientemente la propria abitazione. Le difficoltà economiche, che rispetto all’anno precedente hanno colpito più persone (1,6 punti percentuali in più), hanno anche impedito al 18,2% di acquistare i vestiti necessari (in rialzo di 1,3 punti percentuali). Ed è cresciuta la percentuale di chi non è riuscito a pagare regolarmente le bollette, arrivata all’11,9% (salita di 3,1 punti percentuali).
I soldi nel portafoglio per l’8,3% (in rialzo di 1 punto percentuale) non sono neanche bastati per fare fronte alle spese di trasporto. Perfino gli acquisti più basilari, come quelli per mangiare e bere, hanno messo in difficoltà le famiglie italiane: il 5,7% di queste non ha potuto contare su un reddito sufficiente per muoversi senza problemi tra gli scaffali dei supermercati. Anche gli esborsi per la salute non sono per tutti i portafogli, le spese mediche hanno costituito un lusso per l’11,2%.
Il disagio non colpisce allo stesso modo tutto il Paese: più si scende lungo lo Stivale e più figli si hanno a carico maggiore sarà l’affanno. Infatti, rispetto alla media nazionale che vede in difficoltà meno di un quinto delle famiglie (17%), il livello si alza e arriva a toccare il 25,6% nel Mezzogiorno e il 30,7% dei nuclei con più di tre figli. La Regione che ha sofferto di più nel 2008 è stata la Sicilia, nell’Isola oltre il 30% delle persone arriva con molta difficoltà a fine mese e una famiglia su 10 non ha avuto abbastanza soldi per comprare da mangiare e da bere e più di una su quattro ha evitato di accendere i riscaldamenti per risparmiare.
Altro capo d’Italia e la situazione cambia completamente: in Valle d’Aosta la quarta settimana è stato un problema solo per il 6,8% delle famiglie e al supermercato hanno fatto economie solo il 2,6%. Ma l’unica Regione del Paese che nonostante la crisi ha visto migliorare le condizioni di vita dei suoi abitanti è il Molise. In questo angolo di Centro Sud il 2008 ha portato una boccata d’ossigeno: rispetto all’anno precedente le famiglie che raggiungevano la fine mese con l’acqua alla gola si sono ridotte di quasi 7 punti percentuali, dal 17,6% all’11,9% e si è quasi dimezzata la percentuale di coloro che hanno passato l’inverno al freddo, dal 11,5% al 6,4%. Non è andata male neanche nelle Marche, la Regione ha resistito alla recessione, rispetto al 2007 non è aumentata la percentuale di chi suda per chiudere la quarta settimana.

Il blog dell’On. Gianni Cuperlo dove potete leggere i commenti a questa intervista
INTERVISTA PER “SOCIETA’ APERTA”.
Nonostante una certa ritrosia di carattere ho accettato di fare un’intervista, e pure ampia, sollecitato dal direttore di “Società Aperta”, la nuova rivista mensile che trovere te in edicola dal 12 gennaio. Ho chiesto il permesso di anticiparla sul blog.
Onorevole Cuperlo, partiamo dall’attualità. Si è riaperto il tormentone sulle riforme. Chi lo chiama dialogo, chi inciucio. Qual è la sua opinione?
Forse dovremmo distinguere tra ciò che è giusto, nel senso di ragionevole e utile al paese, e ciò che è praticabile. In una condizione di normalità, sarebbe giusto sedersi a un tavolo e verificare, qui e ora, le soluzioni possibili per una modernizzazione del nostro sistema politico-istituzionale. A partire da una nuova legge elettorale per il Parlamento al posto della sciagura attuale. E poi il superamento delle due camere sorelle, la riduzione dei parlamentari e dei costi della politica. Un equilibrio ritrovato tra Esecutivo e funzione legislativa. L’insindacabilità delle istituzioni di controllo e di garanzia per arrivare allo snodo della giustizia dove le riforme da fare sono serie e urgenti. Il punto è che noi non siamo, e da tempo, in una condizione di normalità. E questo a causa di ragioni che sono troppo note per dover essere ripetute.
Quindi è sempre colpa di Berlusconi?
Stiamo ai fatti. Se ogni volta che si solleva il sipario sulle riforme, la destra irrompe in scena e impone delle priorità figlie unicamente degli interessi del premier, a noi tocca riabbassare il sipario. Con buona pace delle priorità vere. E’ stato così l’anno scorso con la norma blocca-processi da cui, per partenogenesi, è scaturito il lodo Alfano. E’ così oggi se parliamo di processo breve o di legittimo impedimento. Quello che non funziona è l’ordine logico dei fattori. Noi partiamo dai problemi generali. Loro dal problema di Uno. E il discorso inciampa, inevitabilmente.
E allora?
E allora bisognerebbe sgombrare il campo da questa sovrapposizione. Ma chiedo: questa destra – per l’assetto che la contrddistingue e i rapporti di forza che la ispirano – è in grado di farlo?
E quale risposta si è dato?
Quella che si danno tutti. Finora No, non ha mostrato questa capacità. Il che non equivale a dire che da quella parte sono tutti uguali o la pensano tutti allo stesso modo. Vuol dire semplicemente che la via delle riforme possibili è tutta davanti a noi ma con la sbarra abbassata. Dire, come ha ripetuto Bersani, “sgomberate il campo da tutte le leggi ad personam e noi siamo pronti a discutere” non è altro che l’invito ad alzare la sbarra.
E lei pensa che accadrà a breve?
A breve lo escluderei. E non solo per le ragioni dette, ma perché, piaccia o meno, siamo entrati in una ennesima campagna elettorale che ci porterà alle regionali di fine marzo. Non mi pare che da qui al voto questo discorso sia destinato a bruciare le tappe. Dopo vedremo. Peserà anche l’esito delle elezioni. Peserà lo stato di salute della maggioranza. Peseranno l’immagine e la credibilità del Pd.
A proposito di elezioni regionali, perché tanta fatica a scegliere i candidati giusti?
Ci sono situazioni diverse. La Lombardia o la Toscana non sono il Lazio o la Puglia. Sono elezioni regionali e ogni regione ha la sua storia, antica e recente. Ricordiamoci anche da dove partiamo: da una specie di cappotto che ci fece vincere nel 2005 undici regioni in un clima assai favorevole all’Unione del tempo. Ora la competizione è diversa, più difficile certamente, ma possiamo fare bene. Di questo sono convinto. Naturalmente bisogna tenere insieme due condizioni: la costruzione di coalizioni solide e larghe con la scelta di candidature autorevoli e condivise. Sono i due pedali della nostra bicicletta. Si può anche stare in equilibrio agendo su un pedale solo ma ne risente la velocità.
Ma nel merito, in Puglia siamo allo scontro tra Vendola ed Emiliano.
Lo so, e lo considero un errore serio. Però mi faccia aggiungere prima una cosa.
Quale?
Noi abbiamo i nostri problemi, inutile negarlo. Però abbiamo anche un rispetto di fondo verso le autonomie territoriali. E’ impressionante il silenzio di tanti incalliti federalisti verso la centralizzazione delle scelte operata dalla destra. Quelli si sono riuniti intorno a un tavolo e hanno deciso “Il Veneto a noi, la Lombardia a voi…”. Semplicemente paradossale.
Torniamo alla Puglia.
Non sono pugliese e osservo con rispetto. Lì si è posto il problema di un allargamento della maggioranza uscente con una disponibilità dell’Udc che chiedeva una discontinuità nella conduzione della giunta. Anche l’Italia dei Valori, con motivazioni diverse, avanzava la stessa richiesta. Vendola poteva farsi carico della situazione e cercare uno sbocco unitario. Ha scelto, legittimamente, di agire diversamente e di confermare la sua candidatura, come si dice, “a prescindere”. A quel punto le posizioni si sono irrigidite da tutte le parti.
E come se ne esce?
Non lo so e non tocca a me dirlo. Però mi permetto una sola osservazione.
Dica.
Comincio davvero a credere che una quota di presidenzialismo deteriore sia penetrata in noi e lo considero un rischio serio, di tenuta e credibilità del centrosinistra.
A cosa si riferisce?
Al fatto che sempre più spesso, in realtà differenti e distanti a volte centinaia di chilometri, la personalizzazione della leadership finisce con l’appannare le funzioni basilari dei partiti e delle coalizioni. Tutto si riduce o si riconduce alla semplificazione di una figura dominante le cui sorti trascinano appresso i destini di forze organizzate, culture politiche, appartenenze. E’ il prevalere di un ibrido: una miscela di notabilato e visione salvifica del mandato rappresentativo. Insomma quando sento qualcuno dire “mi candido perché me lo chiede il popolo” mi domando dov’è precipitata la politica. E poi c’è un’altra cosa.
Si sfoghi pure
Noi non possiamo trasmettere un’immagine strumentale delle istituzioni. L’idea che il gioco di conquista delle cariche pubbliche abbia il primato sul rispetto delle regole che sono alla base di quelle stesse funzioni.
In altre parole?
In altre parole, questa tendenza a spostare le personalità da una carica all’altra, a volte prescindendo dalla logica istituzionale, è un danno in sé. Se ti hanno eletto sindaco o presidente di una provincia è fondamentale che tu faccia il sindaco o il presidente per l’intera durata del tuo mandato. Non è solo una questione di principio, che pure conta. Nell’Italia smembrata e slabbrata di oggi è un investimento decisivo sulla nostra credibilità, come partito e come campo di forze. Come non capire che rinunciando a questa regola, a questa prassi, noi colpiamo l’autorevolezza della politica e quindi la nostra autorevolezza?
Quindi lei è contrario a una candidatura Emiliano?
Il mio non è un discorso ad personam, ma un allarme più generale. Vedo una contraddizione cresciuta dentro di noi. Da un lato denunciamo i pericoli di un neo-populismo antipolitico, dall’altro corriamo il rischio di alimentarlo nostro malgrado. Ma ce lo chiediamo quale può essere il messaggio che arriva a decine di migliaia di persone se non invertiamo noi per primi questa visione delle istituzioni al servizio delle leadership? In fondo, siamo nati – parlo del Pd – con l’obiettivo opposto, porre nuovamente le leadership al servizio delle istituzioni e dell’interesse generale dopo un quindicennio dove in momenti diversi è parsa prevalere una concezione privatistica dello Stato.
Finiamo con la crisi. Tremonti dice che il peggio è alle spalle?
Mah. Il governo dice anche che siamo usciti prima e meglio degli altri dalla crisi più dura degli ultimi due decenni. Bisognerebbe spiegarlo agli operai di Termini Imerese o alle centinaia di migliaia di lavoratori, precari e non, che un posto lo hanno perso o rischiano di perderlo nel 2010. La sostanza è che l’Italia è il paese di coda nelle misure anti-cicliche. Abbiamo speso lo 0,2 per cento del Pil. Nulla, se comparato al 5 per cento degli Usa o al 2 per cento della media europea. Non si tratta di fare le Cassandre, ma di misurare gli effetti sociali reali di una crisi che non è conclusa. Non c’è stima o proiezione che accrediti un ritorno al reddito pro capite precedente alla crisi prima del 2013. La sola differenza tra noi e gli altri e che nel nostro caso le bolle sono state due: quella finanziaria e quella successiva, della narrazione che la maggioranza ha fatto della crisi.
E che voto darebbe all’opposizione?
Noi abbiamo messo in campo le nostre soluzioni. Sono cose note. Priorità al sostegno dei redditi medi e bassi, anche agendo sulla leva fiscale. Estensione della rete degli ammortizzatori, sapendo che il modello attuale è doppiamente inadeguato, per la sua parzialità e per una profonda iniquità dei trattamenti tra cittadini garantiti e non, concetto rilanciato dal governatore Draghi una settimana fa. Revisione degli studi di settore, ma in una logica dove in parallelo si sarebbe dovuto incentivare, anche attraverso una logica premiale, il tasso di fedeltà fiscale di intere categorie. Per tutta risposta abbiamo incassato lo scudo fiscale col corredo dell’anonimato, una finanziaria di rattoppi, il taglio dei ricercatori e la “tessera del pane” per pensionati indigenti, per altro spesso priva di copertura.
Come dire che ciascuno ha fatto il suo mestiere?
No, neppure questo è vero, perché altrove – penso alla Francia, ma non solo – anche i moderati si sono rapportati alla crisi in modo diverso. Però il problema nostro non è la destra. Noi dobbiamo fare i conti con noi stessi.
In che senso?
Nel senso che il congresso del Pd ha aperto un ciclo nuovo e incoraggiante, ma ora dobbiamo attrezzare la cultura politica dei Democratici al tempo che si prepara e questo richiede uno slancio di analisi e, aggiungo, anche il coraggio di alcune rotture.
Ad esempio?
Ad esempio, ragionando della crisi, sarebbe saggio approfondire non solo le cause di quest’ultimo collasso della finanza, ma pure le risposte che potrebbero venire dal campo progressista. Anzi, direi che l’analisi del “dopo” per un partito politico è infinitamente più stimolante dell’istantanea del “prima”.
Bersani sulla crisi ha parlato spesso, non crede?
Sì, e soprattutto ha parlato bene, muovendosi con rigore nel campo dei problemi veri, quelli del paese reale. Personalmente avevo assai apprezzato la sua scelta di recarsi, appena eletto, in una fabbrica tessile di Prato, a conferma che la crisi c’è stata, c’è e morde più di quanto si dica. Il punto è se non debba essere parte del nuovo ciclo del Pd anche una riflessione sul modello di crescita che questa crisi ha cullato e generato. Posso fare un esempio?
Prego
Due storici dell’economia – Massimo Amato e Luca Fantacci – hanno scritto un saggio molto stimolante sulla “fine della finanza”, dove distinguono senza troppi giri di parole tra il capitalismo a noi più prossimo e l’economia di mercato. La loro tesi, che io posso solo accennare, è che nel capitalismo, o ciò che noi intendiamo come tale, le crisi finanziarie sono inevitabili mentre in una efficiente economia di mercato sono inammissibili. Il punto, dicono, non è abbandonare la finanza al suo destino ma assumere la crisi in atto come l’atto finale di “una” particolare concezione della finanza. Ecco, sono riflessioni che forse meritano di essere approfondite anche da un partito che si definisce “democratico”. Ho citato questo esempio, ma si potrebbe allargare il discorso alla nozione di “cittadinanza”, di “civismo” e naturalmente di “democrazia”. Non so, magari un partito come il nostro potrebbe scoprire all’improvviso che un paio di buone idee innovative hanno una forza mobilitante non inferiore ai gazebo delle primarie. Ma il mio è solo un auspicio.
Per finire davvero, la notizia più bella e la più triste dell’anno che sta per chiudersi?
Oddio, questo è difficile. Posso dirle qual è stato secondo me il fatto più grave accaduto in Italia.
Me lo dica
L’omicidio di Stefano Cucchi.
Perché proprio quello?
Per tante ragioni. Di umanità, e non solo. Perché ha violato i principi di uno stato di diritto. Perché siamo il paese di Beccaria e fino a quando il garantismo – un garantismo vero, radicato nelle coscienze, invalicabile – non tornerà a imporsi come regola della convivenza noi non usciremo da una perenne emergenza democratica.
Lei ha da poco pubblicato un libro. Come vanno le vendite?
Male perché i lettori del mio blog non si impegnano abbastanza.
Grazie e auguri.
Grazie a lei.
Ecco, questa è l’intervista. Per correttezza devo dirvi che il mensile “Società Aperta” non esiste e quindi non lo troverete in edicola il 12 gennaio. Però tenuto conto che nessun giornale mi avrebbe mai fatto queste domande (e soprattutto a nessuno sarebbe mai venuto in mente di pubblicare le risposte) ho risolto la questione nel modo che avete appena letto. Grazie della cortesia che avete dimostrato arrivando fino in fondo.
Buone cose
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Basta Zercar il libro dell’On. Gianni Cuperlo


DOMENICA 13 DICEMBRE VOTA ALLE PRIMARIE
I SEGGI :
La Torre Cvica in P.zza dell’Angiolo per gli iscritti alle sezioni elettorali 1,2,3 e 4
L’atrio degli ambulatori alle Quattro Strade per gli iscritti alle sezioni elettorali 5e6
Approfondimenti Sito PD Provinciale

Il rapporto dell’Italia che fa il CENSIS:
Censis: per resistere alla crisi le famiglie fanno appello ai tradizionali punti di forza del Paese.
Uno schema che funziona. E’ successo che il modello su cui silenziosamente s’incardina la società italiana ha funzionato ancora una volta, replicando se stesso. Alla crisi si è resistito perché:
1) A quanto pare, non si è esasperato il primato della finanza sull’economia reale.
2) Perché il settore bancario, secondo il Censis, ha mantenuto saldo il rapporto con il territorio.
3) Perché il sistema economico continua ad essere caratterizzato da una molecolare presenza di piccole imprese.
4) Perché in Italia c’è un mercato del lavoro, per metà assai elastico, ma nello stesso tempo protetto.
5) Perché imprese e lavoro sono tenacemente protetti dai patrimoni delle famiglie, fra risparmi e proprietà immobiliari
6) Perché tutti i soggetti della società vivono integrati al territorio.
De Rita censis:
“Occorre costruire un soggetto collettivo non c’è la politica, ma solo potenti che si agiscono. Il futuro, con tutte le sue incognite, si affronta costruendo un “soggetto collettivo”. A parlare è il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, a margine della presentazione del Rapporto 2009 sulla situazione sociale del Paese. “Per 15-20 anni non si è più fatta vita collettiva – ha aggiunto – ma c’è stato solo il primato della soggettività”.
Cosa vuol dire fare soggetto collettivo? “Significa che dove viviamo dobbiamo tornare a fare comunità, nel piccolo Comune, nel quartiere, nel condominio. E, sul piano generale, bisogna occuparsi degli interessi collettivi: ricominciare a credere nel sindacato, nel partito, nelle associazioni. Insomma, occorre ricominciare a vivere collettivamente”.
Poi ha aggiunto: “Tanti anni di attesa di riforme da parte dello Stato, tanti anni di soggettività e fai-da-te hanno in qualche modo sciolto la fiducia degli italiani nella dimensione collettiva”. Il risultato, secondo De Rita, è che “siamo senza politica e con singoli soggetti potenti che agiscono in modo diretto”.
Giuseppe Roma direttore generale del Censis.
UNA SOCIETA’ CHE RESISTE
- Ma qual è il vero volto dell’Italia 2009? Innanzitutto quello di una società che cerca di resistere alla crisi economica. Come spiega il Censis , per il 71,5% delle famiglie italiane il reddito mensile è ancora sufficiente a coprire le spese. Il dato sale al 78,9% al Nord-Est, al 76,7% al Nord-Ovest, al 71% al Centro, mentre al Sud scende al 63,5%. Il 28,5% delle famiglie che hanno avuto difficoltà a coprire le spese mensili con il proprio reddito ha fatto ricorso a una pluralità di fonti alternative, con una miscela che si è dimostrata efficace.
Quali cambiamenti sono stati introdotti? Il 40% ha contenuto gli sprechi, il 39,7% ha cercato prezzi più convenienti, il 34,8% ha eliminato dal paniere i prodotti che costano troppo. Certo, la crisi ha prodotto i suoi effetti, soprattutto sul fronte dell’occupazione, con 378.000 posti di lavoro in meno nel primo semestre 2009 (di cui però ben 271.000 al Sud) rispetto allo stesso periodo del 2008. Meglio di Spagna e Gran Bretagna, ma peggio di Francia e Germania. Ma non è tanto il dato quantitativo a preoccupare quanto il fatto che gli effetti negativi hanno riguardato solo i soggetti meno tutelati: il lavoro autonomo (a giugno 277 mila occupati in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, -5,8%) e l’ampio bacino del «paralavoro» (162 mila posti in meno, -4,3%). Ad essere colpite maggiormente sono state le diverse forme di lavoro a termine (-229 mila lavoratori, -9,4%), le collaborazioni a progetto (-12,1%) e quelle occasionali (-19,9%), mentre il popolo delle partite Iva è aumentato, a causa della sostituzione dei contratti flessibili con formule ancora più esternalizzate e a basso costo, raggiungendo quasi quota un milione (+132 mila, +16,3%). Il lavoro tradizionale, dipendente e a tempo indeterminato, ha invece continuato a crescere, registrando nel periodo 2008-2009 un +0,4% (oltre 60 mila posti in più).
CRISI DIFFERENZIATA
- Quella del 2009, spiega il Censis, è una crisi fortemente differenziata. Tra gennaio e settembre si registra la riduzione di quasi l’1% delle imprese manifatturiere (oltre 30.000 in meno), ma è il commercio al dettaglio il settore più colpito, con più di 50.000 aziende che hanno chiuso i battenti. L’intero settore terziario è entrato in una fase di profonda riorganizzazione, con un saldo fortemente negativo tra iscrizioni e cancellazioni di imprese: -10,1 di imprese per 1.000 imprese attive nei primi 9 mesi dell’anno (vale a dire 162.000 imprese che hanno chiuso i battenti).
I PUNTI DEBOLI -
Il Censis individua con chiarezza quali sono i punti deboli del nostro Paese. Innanzitutto quella che chiama «la forza perduta dell’istruzione». Circa l’80% dei giovani tra 15 e 18 anni si chiede che senso abbia stare a scuola o frequentare corsi di formazione professionale. Dominano il disincanto e lo scetticismo: il 92,6% dei giovani in uscita dalla scuola superiore ritiene che anche per chi ha un titolo di studio elevato il lavoro sia oggi sottopagato, il 91,6% pensa che sia agevolato solo chi può avvalersi delle conoscenze. Inoltre il 63,9% degli occupati giudica inutili le cose studiate a scuola per il proprio lavoro. La visione pessimistica travalica i confini dell’universo educativo: il 75% dei laureati e l’85% dei non laureati di 16-35 anni pensano che in Italia vi siano scarse possibilità di trovare lavoro solo grazie alla propria preparazione.
Altro punto debole è il perdurare del fenomeno dell’evasione fiscale che comporta sì una ricchezza occulta che permette a molti di resistere, ma sul fronte pubblico genera un’assenza di risorse da dedicare agli investimenti e un conseguente progressivo indebolirsi dello stato di conservazione dei beni pubblici.
Altro tallone d’achille è il cosiddetto digital divide. L’uso di Internet, che secondo il Censis è un potente mezzo di modernizzazione, fa segnare infatti nel nostro Paese una spaccatura profonda tra giovani e vecchi. Se il web infatti è usato dal 48,7% degli italiani, di questi l’84,2% sono giovani, mentre solo il 12,2% sono anziani.
Anche il sistema giustizia, sempre secondo il Censis, continua a rappresentare per il Paese un pesante ostacolo alla crescita e alla modernizzazione.
COSA VOGLIONO GLI ITALIANI –
Ma quali sono le priorità da affrontare? Riguardo al futuro, da un’indagine su un campione di famiglie del ceto medio realizzata sempre dal Censis nel novembre 2009, emergono indicazioni su quali siano i soggetti che devono essere aiutati per favorire la ripresa. Le famiglie con figli (49,7%) e i giovani (48,8%), e poi gli anziani (21,8%), dovrebbero essere nel sociale i destinatari della quota più alta di risorse, visto che sono stati i più penalizzati dalla crisi.
Grafico nostra elaborazione su dati Istat.
Istat, a ottobre i disoccupati oltre quota due milioni
La disoccupazione schizza a livelli record, con il numero dei senza lavoro che a ottobre, per la prima volta dal marzo del 2004, sfonda la soglia dei 2 milioni.
A ottobre – comunica l’Istat – il tasso di disoccupazione è salito all’8% dal 7,8% di settembre (più un punto percentuale rispetto allo stesso mese dell’anno scorso), raggiungendo il valore massimo dal novembre del 2004. Il numero delle persone in cerca di lavoro è quindi 2.004.000, in aumento del 2% (+39mila persone) rispetto a settembre e del 13,4% (+236mila) su base annua.
Il tasso di disoccupazione giovanile – aggiunge l’istituto di statistica – a ottobre è aumentato al 26,9% dal 26,2% di settembre, con una crescita del 4,5 punti percentuali rispetto a ottobre dell’anno scorso.
I dati non tengono conto della Cassa Integrazione spesso anticamera della disoccupazione.
La risposta del ministro Scaiola sui dati ISTAT che riguardano la disoccupazione.
Per il ministro dello Sviluppo economico «iIl dato sulla disoccupazione di ottobre reso noto oggi dall’Istat è comunque molto meglio della media europea e degli altri Paesi»: così ha detto a margine di un convegno a Roma.«È la crisi economica che si trasferisce sulla disoccupazione», ha aggiunto Scajola. Comunque, ha concluso il ministro, «teniamo meglio noi».
In Germania, il tasso grezzo di disoccupazione si é attestato a novembre al 7,6% della popolazione attiva contro il 7,7% del mese precedente.
Lo rende noto l’ufficio del Lavoro. I dati destagionalizzati mostrano un calo dei disoccupati di 7mila unità a 3,422 milioni, con un tasso di disoccupazione dell’8,1%.
Approfondimenti:
Entra in vigore il Trattato di Lisbona.
Il Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007 dai 27 capi di stato e di governo degli stati membri dell’Unione, entra in vigore domani 1° dicembre 2009.
Modificherà i due trattati fondamentali dell’Unione, vale a dire il Trattato sull’Unione Europea e il Trattato che istituisce la Comunità Europea, quest’ultimo d’ora in avanti denominato «Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea».

Massimo D’Alema e Michele Emiliano
D’Alema chiede un passo indietro a Nichi Vendola: vado avanti, io non sono solo.
Massimo D’Alema ha chiuso l’assemblea regionale del Pd con l’invito a Nichi Vendola a rititare la candidatura per le prossime regionali.
Secondo l’ex premier serve un nome sul quale convergano anche Udc e Idv. Ma il governatore in carica ha risposto picche. “Non solo solo, andrò avanti”.
Continua a leggere l’articolo su La Repubblica.it
Approfondimenti:
Pressione fiscale totale in percentuale del PIL, 2007
I Paesi sono stati classificati in base al loro prelievo fiscale complessivo in rapporto al PIL.
Pressione fiscale 2008 in leggero calo. Ma l’Italia sale al quarto posto.
Le entrate fiscali nel nostro Paese sono diminuite al 43,2% del Pil dal 43,5% del 2007 Le entrate fiscali in Italia sono diminuite al 43,2% del Pil nel 2008 dal 43,5% del 2007.
È quanto emerge dalle stime dell’Ocse che in un rapporto evidenzia come le entrate fiscali dei Paesi aderenti all’Organizzazione si ridurranno ancora nel 2009 dopo il calo registrato nel 2008, in seguito ai tagli delle tasse decisi dai governi per sostenere la domanda durante la crisi.
Nella classifica sulla pressione fiscale, il primo posto va alla Danimarca che nel 2008 registra il livello più alto con un 48,3% del Pil, mentre l’Italia si piazza al quarto posto con un 43,2%, salendo di due posizioni rispetto al 2007, dietro Svezia (47,1%) e Belgio (44,3%).
La pressione fiscale in Italia risulta così superiore a quella della Francia scesa al 43,1% nel 2008 dal 43,5% del 2007.
«I Governi sono intervenuti con decisione nel 2008 e nel 2009 per supportare la domanda nel periodo di crisi – osserva il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria – ma la contrazione delle entrate fiscali pone dei rischi, una volta ripartita la ripresa, nel mantenere solida le finanza pubblica».
In generale, nei Paesi Ocse, l’incidenza delle entrate fiscali in rapporto al Pil nel 2008 risulta in calo di mezzo punto percentuale, passando dal 35,8% al 35,2%.
Nel 2007, la pressione fiscale si è attestata sul 35,8%, lo stesso livello del 2006, dopo il 35,7% registrato nel 2005 e il 35,1% nel 2004. Il livello più alto mai registrato nelle serie storiche è stato raggiunto nel 2000 con un 36%.
Modifiche delle entrate fiscali in rapporto al PIL (in punti percentuale) 1995-2007

Note: 1) 1998-2007

Riportiamo sommariamente il Focus mensile del CSC, che prevede una ripresa entro la fine del 2009 e i primi mesi del 2010.
Vista la perplessità di chi scrive in merito a quanto affermato dal CSC di Confindustria, ho inserito nel post alcuni grafici esterni al fine di estendere maggiormente la riflessione in merito.
Il gap sui dati pre-crisi rinamgono ancora a due cifre come si può parlare seriamente di ripresa economica?
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Crisi, per Confindustria consolidamento ripresa dalla fine 2009.
Secondo gli indici congiunturali il consolidamento della ripresa economica dovrebbe verificarsi tra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, secondo quanto riferito dal centro studi di Confindustria nell’analisi mensile, diffusa oggi.
Dopo il rimbalzo più forte dell’atteso del Pil mondiale nel terzo trimestre, gli indici congiunturali puntano al consolidamento della ripresa tra fine 2009 e inizio 2010.
L’anticipatore Ocse è in forte e diffuso rialzo da febbraio ed è sopra la media di lungo periodo.
Il Pmi manifatturiero negli Usa a ottobre è salito ai massimi dal giugno 2007 ( ma permane alta la disoccupazione) e nella zona euro a novembre è al top da marzo 2008, si legge nel documento di Confindustria.
Nell’industria il divario rispetto ai valori pre-crisi rimane molto più ampio e lungo da colmare, a fronte dell’accresciuta concorrenza internazionale sia tra paesi industriali che si trovano nelle medesime condizioni sia dagli emergenti.
La persistente debolezza del dollaro, cui è agganciato lo yuan cinese, rende più arduo lo scenario competitivo per la zona euro.
Le materie prime affermando che il rialzo conferma la migliorata domanda globale di manufatti, ma erode i margini di profitto già compressi nei sistemi, come la Germania e l’Italia, dove la crisi ha provocato una più marcata caduta della produttività.

In Italia il balzo estivo della produzione industriale (+4%) ha lasciato il posto a una graduale risalita in ottobre-novembre, mentre restano deboli ordini e fatturato; le attese di produzione delle imprese puntano a nuovi incrementi nei prossimi mesi, partendo da livelli sempre molto bassi.
Nei paesi del Bric ( Brasile, Russia, India e Cina) la crescita è sostenuta dai consumi. I consumi invece rimangono deboli in Russia.

Le aziende italiane si orientano con decisione verso quei mercati più dinamici, ma con un ampio distacco di performance nei confronti del la Germania. E’ diffuso il miglioramento degli acquisti di macchinari.

Persistono ancora ostacoli al credito che permane difficile soprattutto per le imprese di minori dimensioni, nonostante l’ampia e massiccia liquidità immessa nel sistema dalle banche centrali e dai giverni.

La Bce e la Fed hanno comunicato ufficialmente, che gradualmente rientreranno dalle politiche monetarie non convenzionali,mantterranno comunque fermi i tassi ufficiali nel lungo periodo.
La disoccupazione aumenta in tutti i paesi dell’area OCSE ad eccezione della Germania.

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